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Da qui se ne vanno tutti

2010-05-26-vulcan_alberta_smallQualche tempo fa ho stampato questo geniale poster realizzato in occasione di una visita di Leonard Nimoy a Vulcan, nello stato di Alberta, in Canada. L’ho incorniciato e appeso al muro, sotto una foto di Frida Kahlo. Stanno bizzarramente bene assieme. Lo vedo tutti i giorni, parecchie volte al giorno, eppure ogni tanto mi fermo ancora a guardarlo. Un po’ perché è proprio bello, un po’ perchè, come dice il Mumbling che sta qui a destra da un bel po’,

“Star Trek was an attempt to say that humanity will reach maturity and wisdom on the day that it begins to not just tolerate, but take a special delight in differences in ideas and differences in life forms.”

Ecco.

A me invece pare che si stia marciando a grandi passi nella direzione opposta; mi pare che il giorno in cui l’umanità imparerà non soltanto a tollerare ma a ricavare uno speciale piacere dalle differenze sia non solo lontano, ma proprio invisibile all’orizzonte. E ora anche Spock se ne va. Beh, come dargli torto. Anch’io cambierei pianeta, potendo.

A life is like a garden. Perfect moments can be had, but not preserved, except in memory. LLAP

 
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Pubblicato da su 28 febbraio 2015 in fantascienza, omaggi

 

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Wikishit: la bandiera dell’Emilia

Bandiera_Emilia_LegaLa storia non la si riscrive soltanto “in grande”, manipolando in senso neoirredentista le pagine di Wikipedia che parlano della sponda orientale dell’Adriatico (fondamentale questo post di Wu Ming, non solo sull’argomento specifico ma anche per capire più in generale le dinamiche di Wikipedia). La si puo’ riscrivere anche in piccolo, piccolo come puo’ essere una minuscola bandierina in fondo a un’innocua pagina dedicata… al Cappello del prete.

Comincio daccapo. Oggi abbiamo cotto un cotechino. Niente di strano, siamo in Emilia. Finito di mangiare, siccome l’altro umano di casa non è emiliano e mostra ancora bizzarre curiosità nei confronti della sua regione di adozione, va a cercare la pagina di Wikipedia che parla del cotechino e da li’ approda a quella sul cappello del prete. Poi apre un’immagine che sta accanto alla voce Portale Emilia, in fondo, e attira la mia attenzione su di essa. E’ la bandiera dell’Emilia. La bandiera dell’Emilia?! Mo guarda, mai vista prima. Oh, io sono emiliana da quasi mezzo secolo, ma quella roba li’ non l’ho proprio mai vista. Non sapevo nemmeno che l’Emilia avesse una bandiera sua, per dirla tutta. Mi incuriosisco e vado a leggere la descrizione dell’immagine, scoprendo la prima cosa curiosa:

Flagge der Region Emilia von Lega Nord ausgelegt (1990).
Flag of the region Emilia designed by Lega Nord (1990).
Bandiera della regione Emilia (1990). Tratta da http://www.bandieredeipopoli.com/images/emilia/statiche/b_emilia1.jpg questo sito] e ricreata.
Vlag van de regio Emilia ontworpen door Lega Nord (1990).

Ovvero: in tedesco, inglese e olandese si dice chiaramente che questa bandiera è stata disegnata/progettata dalla Lega Nord. Nella descrizione in italiano, invece, la fondamentale informazione sparisce, per essere sostituita da un molto più neutrale link alla presunta fonte, questo bel sito da attacco epilettico.

Continuo a cercare, per trovare eventuali altre fonti della cosiddetta bandiera dell’Emilia, ma niente. Niente, a parte una curiosa pagina di Wikideep dedicata all’Emilia, pagina che, molto stranamente, parla solo della bandiera e non fa che “storicizzare” l’evidenza: “Il disegno che si è diffuso maggiormente, fino ad essere adottato dalla Lega Nord Emilia” è un’elegante supercazzola che tenta di nascondere l’ovvia verità: se la sono inventati loro, mettendo assieme un po’ alla buona le bandiere delle varie città capoluogo di provincia (neanche tutte). E in effetti qualcun altro aveva posto il problema, anni fa. In una pagina di discussione di Wikipedia, un utente fa notare che quella è la bandiera proposta dalla Lega per l’Emilia e non ha niente di ufficiale. Segue pacato commento sul fatto che l’utente che ha caricato l’immagine è poco attivo e altro intervento del primo utente, in cui annuncia di aver aggiunto un commento nella pagina sull’Emilia (che immagino sia questo).

Tutto bene, tutto bello, in effetti lì si legge chiaramente che L’Emilia, dai tempi dell’Impero Romano, non è mai stata un’entità politica unitaria, e pertanto non ha mai avuto un simbolo o una bandiera che la identificasse come identità autonoma. Chiarissimo, no? Già. Pero’.

Però, qualunque utente che capiti in una delle più di mille pagine che fanno parte del Portale Emilia – nonchè nella prima pagina dello stesso – crederà in buona fede che quella sia davvero la bandiera dell’Emilia. Perchè quella schifezza di falso storico sta in ogni singola pagina tra quelle elencate. Anche sul quella del cappello del prete.

Domandina probabilmente ingenua: perchè su Wikipedia possono coesistere tranquillamente la pagina dell’Emilia, che dice – giustamente – che quella bandiera è fasulla, e il Portale Emilia, che la presenta come bandiera ufficiale?

 

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Hanno la faccia

Appena ascoltata al gr di radiopopolare. La Boschi , parlando dell’Italicum, avrebbe detto: “Rottamiamo inciuci e larghe intese”.

Questi… questi… questi esseri inciuciano a tutta birra col berlusca, gli promettono mari e monti, impunità e veline e chissà che altro, concordano con lui il prossimo presidente della Repubblica (il presidente della repubblica!!! Berlusconi!!! che se non fosse per la gentile intercessione di Matteino “Pinocchio” Renzi, a quest’ora sarebbe politicamente morto e defunto da un bel pezzo!!!) e hanno pure la faccia di bronzo di ergersi a rottamatori di inciuci e larghe intese (altrui).

Meglio che chiuda qui, senno’ passo alle bestemmie.

serracuore

 

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Inciuciando

La manifestazione oceanica di ieri a Parigi ha tolto visibilità alle primarie del PD in Liguria, che si stanno rivelando l’ennesima schifezza all’italiana, una roba da vomito per dirla eufemisticamente. Mi preme segnalare l’articolo di Luigi Leone, direttore di Primocanale, benemerita tv ligure all-news che ho seguito durante tutta l’emergenza alluvioni, meravigliandomi della classe, della professionalità e dell’impegno di tutti i suoi giornalisti. Vero servizio pubblico, alla faccia della Rai.

Leone le canta chiarissime, in un pezzo che ha – secondo me – una valenza che va ben al di la’ della contingenza locale. (grassetto nell’originale, sottolineature in blu mie)

Fatti fessi dal Pd dell’inciucio

GENOVA – Togliamole pure i 1.200 voti di Albenga, i 700 e passa di Pietra Ligure, i 100 e oltre di Badalucco, più un altro migliaio sparso qua e là. Ne restano sempre mille di differenza. Dunque, su questo punto Raffaella Paita ha ragione: le primarie le ha vinte. Ma questo è il dato numerico. Poi di dato ce n’è un altro: di fronte ad anomalie come quelle citate, e ad altre che eventualmente spuntassero, non si può affermare che sono state primarie “pulite”. E su questo punto Paita ha torto.

Il problema, però, non è suo, è del Pd. Il partito ligure non solo esce profondamente diviso dal cimento, non solo costringe un gentiluomo come Sergio Cofferati a fare ciò che non avrebbe mai immaginato, cioè non riconoscere il risultato e non fermarsi per stringere la mano all’avversaria, il partito finisce con l’immagine fatta a pezzi. Perché tutta l’informazione nazionale dipinge quanto avvenuto fra Ventimiglia e Sarzana come un’autentica schifezza, parlando di brogli, voti comprati, malavitosi ai seggi, truppe cammellate di extracomunitari portati a votare e a fotografare la scheda per dimostrare di aver fatto il proprio “dovere” e quindi incassare il denaro o il piacere promessi loro. L’inquinamento di peones del centrodestra spediti a votare da ras in cerca di una poltrona diventa persino un aspetto marginale.

Il parallelo che è nato spontaneo, scorrendo le cronache di quotidiani e siti internet, è con le primarie del 2011 a Napoli: infine annullate. Non so se si arriverà a tanto, se gli organi di garanzia metteranno a ferro e fuoco il risultato. Di sicuro la vicenda certifica il logoramento delle primarie, uno strumento adottato come supremo esercizio di democrazia interna e trasformato in una volgare macchina del consenso guidata secondo logiche al cui cospetto vengono in mente le peggiori pagine della Prima Repubblica, oppure quelle scritte nelle elezioni (ufficiali) in cui i boss di mafia, ’ndrangheta e camorra fann carne di porco con le preferenze.

La realtà è che nella lunga notte dei partiti, schifati dagli italiani, compresi i liguri, per le loro malefatte, non ultime le spese pazze nelle Regioni, con una frotta di indagati, come in Liguria, per il disinvolto utilizzo del denaro dei cittadini, neppure il Pd, che pure rivendica di essere ancora un forza presentabile e locomotiva del cambiamento, trova il coraggio di fare ciò che dovrebbe fare un partito: riunirsi, scannarsi pure, ma poi uscire con un candidato da proporre all’elettorato tutto. Questa menata delle primarie, invece, rende preliminari alle elezioni vere tutte le peggiori cose e poi pretende di consegnare all’intero corpo elettorale un candidato vestito della verginità che gli deriverebbe dall’investitura popolare. Ma qui di vergini non ce ne sono. Si è visto e si vede benissimo.

Ho un’altra certezza che mi deriva da questo scenario sconfortante e avvilente: per quanto spaccato sia, vogliamo scommettere che nell’arco di poco tempo si inneggerà alla ritrovata unità del Pd ligure perché nel segreto delle stanze, e alla faccia del popolo genuino delle primarie, chi campa di politica, e sono la maggioranza – Raffaella Paita almeno ha avuto il coraggio di affermarlo apertamente, evviva la faccia! – troveranno gli accordi che consentiranno a tutti di avere una poltrona, un incarico e quindi uno stipendio? E’ certamente vero che la ricchezza personale non può e non deve diventare requisito per fare politica o essere candidati, altrimenti ti saluto democrazia, ma forse bisogna cominciare a ragionare sul fatto che oltre a quello dell’onestà occorre averne un altro di requisito: possedere un proprio lavoro che permetta di campare senza bisogno di uno scagno pubblico a garantire il sostentamento familiare.

La questione non è banale e incrocia quanto avvenuto in questi mesi in Liguria. La campagna delle primarie è vissuta sulla cattura del consenso, da parte di Paita & C, facendo leva sul bisogno. Quello di chi deve garantirsi un futuro sulle spalle delle casse pubbliche e quello di chi, leggi alla voce sindaci dell’entroterra, aveva bisogno dei soldi della Regione per tirare avanti il proprio Comune. E’ un utilizzo del potere fine a se stesso, la stessa penosa scena che si ripete puntualmente ad ogni elezione comunale, quando miracolosamente, nell’ultimo mese di mandato, le amministrazioni civiche accendono i lampioni spenti da anni e asfaltano le strade fino a quel momento ridotte a colabrodi.

Paita, dunque, ha numericamente vinto le primarie, ma il Pd le ha perse. E non si tiri fuori l’enfasi della “straordinaria partecipazione”. Se non ci fosse stato Cofferati e se lo scontro non si fosse radicalizzato racconteremmo un’altra storia a proposito dell’affluenza urne. Certamente non prodotta da un rinnovato afflato degli elettori grazie alle mirabolanti e credibili proposte del partito.

Un’analisi del voto, infine, non può prescindere da un’ulteriore considerazione. Scrivi Paita, ma leggi Burlando. Non perché la vincitrice fosse la designata alla successione, bensì perché siamo di fronte ad un capolavoro di tattica politica. Appreso e accertato che su Genova non aveva più i numeri per imporre le proprie scelte, il governatore ha deciso di puntellare il proprio sistema di potere, un reticolo di rapporti fitto e a volte inestricabile, decentrandolo sulle province.

Ha girato la regione non genovese in lungo e in largo, ha fatto promesse, elargito fondi, fatto pranzi e cene, tagliato nastri inaugurali. Si portava appresso la Paita come una madonna pellegrina e mentre a Genova i vecchi e i nuovi avversari lo irridevano, dipingendolo come un cavallo bolso che ormai poteva calcare solo gli ippodromi di periferia, lui certosino accatastava uno a uno i voti che sarebbero serviti alla premiata ditta. Il risveglio, per i genovesi del partito – tutti, nessuno escluso – è stato il peggiore degli incubi.

“Gerundio” li ha fatti fessi. E scornati escono anche i due ministri, lo spezzino Andrea Orlando e la genovese Roberta Pinotti. Il primo non è riuscito ad alzare un argine credibile nella sua città, anche se va detto che non s’è speso quasi per niente in questo impegno, al punto da non aver fatto un endorsement vero e proprio a favore di Cofferati, l’altra non ha portato a Paita, nel capoluogo ligure, quei voti che avrebbero alleggerito il peso delle polemiche sulle “stranezze” di alcuni risultati. Caro Matteo Renzi, ora ha anche un problema che si chiama Liguria. Auguri.


P.s.: Leone si è mantenuto sul prudente, dichiarando che comunque la Paita avrebbe vinto anche togliendo quei voti contestati nelle provincie. Ma se altre voci provenienti direttamente da Genova (“Siamo stati costretti ad allontanare delle persone che non sapevano neppure la via in cui abitavano, trascinati al voto da un esponente di un comitato molto noto in zona. Per tre volte l’uomo è entrato nel seggio, quasi portando sotto braccio degli “amici” per farli votare e pagando per loro. Sembrava un tour operator” e “a Genova, in val Polcevera, un presidente di seggio ha segnalato persino possibili infiltrazioni malavitose”) dovessero trovare conferma, forse si rimetterebbe in discussione anche quello.

 
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Pubblicato da su 12 gennaio 2015 in disgusto, Italia, lobby, politici, segnalazioni, tv

 

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Moi aussi

charlie P.s.: E comunque non li prenderanno vivi. Ci mancherebbe che abbiano la possibilità di raccontare chi e come li ha aiutati nella preparazione dell’attentato a Charlie Hebdo. Per farsi venire qualche dubbio (non sul fatto che siano stati loro a compiere effettivamente la strage, beninteso), si legga quello che ne dice Aldo Giannuli.

P.p.s.: ci mancava il siparietto comico: sbuca l’apposita “psicologa dell’Accademia militare del Politecnico federale di Zurigo” – nientemeno – a spiegarci come sia possibilissimo che i superterroristi perdano le carte d’identità (“Una situazione di battaglia come quella in cui si è trovato il fondamentalista islamico provoca un tale stress mentale da poter far dimenticare oggetti molto importanti.” ). Che suona già abbastanza assurda e stiracchiata di per se’. Peccato poi che non arrivi a spiegarci come sia possibile che “il fondamentalista islamico” compia l’errore ben più grave di portarsi dietro la carta d’identità mentre si prepara a compiere il suo attentato.

 

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Isis-620Dunque, ricapitoliamo: questa banda di ex straccioni, ora pieni di soldi e armati da chissà chi con artiglieria pesante, tra cui carriarmati e giocattolini del genere, assedia da settimane una cittadina siriana al confine con la Turchia, Kobane. Nonostante la fiera resistenza dei curdi, che non sono mica agnellini di primo pelo, e nonostante, soprattutto, i raid aerei della coalizione, questa improbabile armata di pazzi fanatici è riuscita a conquistare una parte della città ed è vicina al centro. Ora la coalizione pare bombardi quattro aree lungo il fronte sud e sud-orientale della città. Per dirla più chiara ancora: la coalizione, dotata di satelliti, caccia, droni e chissà quali altre diavolerie, in tutto questo tempo non è riuscita a fermare l’avanzata dei pazzi bombardandoli dall’alto e ora frantuma i margini della città, se non proprio i quartieri dove sono entrati (quegli stessi quartieri che pure l’ISIS stava bombardando da fuori, prima di prenderli). La cittadina è curda. Se questo sembra un dettaglio, occorrerà ricordare che questo schema si è ripetuto già un po’ di volte. Il più forte esercito del mondo, dotato della migliore aviazione del mondo, bombardando dall’alto non riesce ad arrestare l’avanzata di truppe a terra, ma nemmeno a rallentarla o a indebolirla. Suona improbabile solo a me?

Centosessantamila persone – curdi – hanno passato il confine e si sono rifugiati in Turchia, durante le settimane dell’assedio. La Siria, anzichè fare fronte comune con la Turchia contro il nemico interno, ha avvertito: «Un intervento militare turco in territorio siriano contro gli jihadisti dello Stato islamico sarebbe considerato come un’aggressione». Con un cancro simile in casa, appare alquanto paradossale che non cerchino un’alleanza, almeno temporanea. Assad si sente molto sicuro di sè, sembrerebbe. Lo era sembrato anche in occasione dei primi raid USA sulla Siria, che invece avrebbero dovuto preoccuparlo. Anzi, a detta degli osservatori, pareva soddisfatto come un gatto satollo. Il giorno dopo la Cnn ha diffuso indiscrezioni, abbastanza circostanziate, su come l’Amministrazione Usa avrebbe informato Damasco prima degli attacchi, precisando che le strutture del regime non sarebbero state bombardate. E ancora:

Il proliferare dal 2011 di estremisti islamici, fino all’instaurazione di un Califfato tra la Siria e l’Iraq, ha infatti indebolito, prima di tutto, l’opposizione pacifica e i ribelli moderati decimati dal regime. Assad è stato rafforzato dall’Is: difficile che, senza forze straniere sul terreno, militarmente gli insorti possano beneficiare dei bombardamenti Usa più dell’esercito siriano.

E sul piano internazionale Assad – per anni, mandatario dei raid di barili-bomba sui quartieri residenziali dei ribelli, ma non sulle raffinerie dell’Is – può sostenere più che mai la parte del perseguitato dai «terroristi di al Qaeda venuti da fuori».

Molto complicato e molto strano. Assad si comporta come se tenesse per le palle, perdonate il francesismo, gli USA. Come se avesse in mano un potente strumento di ricatto. Tipo, che so, la prova provata che l’ISIS è un inside job. Che poi, insomma, non è un’idea tanto campata per aria. L’ha detto pure il senatore Rand Paul, per dire. E Snowden: «The former employee at US National Security Agency (NSA), Edward Snowden, has revealed that the British and American intelligence and the Mossad worked together to create the Islamic State of Iraq and Syria (ISIS).» E un sacco di altra gente, se solo ci si prende la briga di cercare. Lo dicono, soprattutto, gli eventi. Ad osservarli senza il filtro ideologico che i media mondiali ci hanno messo davanti – costituito soprattutto dalla lente delle decapitazioni di ostaggi occidentali, che focalizza l’attenzione mondiale sull’orrore, cioè su uno stato mentale in cui predomina la paura cieca che impedisce di ragionare – gli eventi, in effetti, parlano da soli. E dicono che in realtà gli USA non stanno facendo granchè – per usare un eufemismo – per fermare l’armata di fanatici; dicono che forse a qualcuno sta bene che l’armata di fanatici spazzi via i curdi, grazie a una vera e propria campagna di pulizia etnica; e che nel contempo ridia legittimità a quel controllo pervasivo che proprio quelli come Snowden avevano portato alla luce, suscitando non pochi moti di indignazione nell’opinione pubblica dei paesi occidentali. Ma ora, che ci vuoi fare, ora c’è l’ISIS, e poi questi qui hanno cittadinanze occidentali e quando tornano a casa mettono in pericolo proprio TE e quindi non vorresti cedere un po’ delle tue libertà e farti controllare? È per proteggerti meglio! (ricorda niente?) “Lo Stato Islamico rende di nuovo rispettabile la sorveglianza elettronica”. Senza contare gli altri side benefits, quelli già noti: armi, petrolio, potere. Delle side victims, al solito, chissenefrega.

 

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Soluzioni finali

http://ekbloggethi.blogspot.it/2014/09/un-giorno-un-ragazzo-un-altro-unorsa.html

Così saranno contenti, ora: il pericolo pubblico è stato eliminato, con tutti quanti i protocolli di ordinanza. Possono tornare a avere i loro boschi-zoo, i loro intelligentissimi fungaioli, i loro leghisti di merda, le loro mele del cazzo superstrombazzate e col bollino e le loro pecore-simbolo. Tutti dobbiamo essere brave pecorine d’allevamento, e all’orso o al lupo cattivo ci pensano loro. Solo loro hanno il diritto di sfruttarti e macellarti a loro piacimento.

Perché agiscono, loro, nella legalità.

Un giorno sparano a un ragazzo perché sta sopra un motorino che non si è fermato all’alt, e quindi è automaticamente passibile di esecuzione immediata, sul posto. Dopo l’esecuzione, eccoli tutti a difendere il loro sbirro, a dire che un bravo ragazzo non sta “in giro di notte”, a insultarlo, a dire che la vera vittima sarebbe il carabiniere.

Un altro giorno sparano l’anestetico a un’orsa, ammazzandola dopo battage pubblicitari, dopo lo gnagnagnà degli allevatori, dopo gli orrori degli stessi leghisti schifosi, dopo il furore delle amministrazioni trentine che prima mettono gli orsi nei boschi per farsi dire “bravi”, e poi li ammazzano spietatatamente se si azzardano a fare gli orsi.

Sembrano due cose differenti; non lo sono. Sono due cose della stessa risma. Sono due cose che hanno a che fare con lo stesso disprezzo della vita.

Sono due cose che hanno a che fare con le loro menzogne. “Nessuno vuole uccidere Daniza”, aveva “rassicurato” l’assessore trentino Dallapiccola. Già, nessuno voleva ucciderla; solo ammazzarla.

Sono due cose che hanno a che fare con le loro leggi, coi loro regolamenti, con i loro servi, con le loro guardie in divisa, coi loro fogli di carta da culo e con la loro sicurezza. Non importa se davanti ci sia il ragazzino Bifolco in motorino o l’orsa Daniza coi cuccioli. Bisogna spararli via.

Schiacciano gli orsi come schiacciano le persone. Giuseppe Uva? Sembrava un orso, magari hanno anestetizzato pure lui. Dicono che nelle catture, che sono sempre “collaudate”, esistono sempre dei margini di rischio; vale per l’orsa nel bosco, questo margine, come per il Magherini in Borgo San Frediano. L’importante è catturarti, metterti fuori gioco; e se poi crepi, diventi una statistica di quel margine. Ti spetta solo l’ultimo “grrrroarrrr” disperato, o l’ultimo grido di aiuto nella notte.

E, allora, bisogna dire come si chiamano.

Si chiamano, spero che sia chiaro a tutti, Istituzioni. Applicano la stessa barbarie agli esseri umani e agli animali. Nulla e nessuno si deve opporre al loro potere e alla loro economia.

Chissà se pure all’orsa Daniza hanno imposto l’alt. Chissà se sono inciampati.

(Rubato pari pari perchè non c’era altro da dire e nulla da togliere. Solo una cosetta da aggiungere da parte mia: vorrei poter prendere a calci in culo personalmente il brutto imbecille che ha causato tutto questo, quello che si era appostato dietro all’albero per guardare l’orsa, il testadicazzo che pensava di essere allo zoo. Ho giusto inaugurato la categoria “Idiocracy” in suo onore)
 

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Mork e Marrria

Questo qui è il più bel post che abbia letto circa la scomparsa di Robin Williams; parla di un’amica perduta, del Bronx, dello sradicamento, della necessità di pensare alla morte per vivere meglio, e finisce così:

Non so da dove tutto questo era partito, ma la morte di Robin Williams, il Mork buono che salutava con le dita allargate e di cui tutti parlavano a scuola, e che ci ha poi fatto ridere in mille altre occasioni mentre dentro di lui chissa quali demoni si agitavano, mi ha fatto male e mi ha messo tristezza e fatto pensare a tutte queste cose.

L’ha scritto Maria Rita D’Orsogna, che di solito si occupa – in modo mirabile – di tutt’altro (petrolio, fracking, sismica indotta, inquinamento, biodiversità etc) e che andrebbe moltiplicata e sparsa in tutto il mondo, tante Marie Rite come sassolini nelle scarpe di tutti i potenti di questa terra.

 
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Pubblicato da su 14 agosto 2014 in omaggi, segnalazioni

 

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Nanerottole

Pescato solo oggi sul sito della Loredana Lipperini, la risposta di Michela Murgia alle nanerottole che, stando sulle spalle delle gigantesse che in passato hanno spianato loro la strada, blaterano di non aver bisogno del femminismo.

Per quanto da qualche tempo si cerchi di trasformare il termine in un insulto persino in certi insospettabili ambienti della sinistra colta, dirsi femministe in questo paese resta una necessità civile ineludibile. Io non me ne vergogno e anzi tenderei a mettere a fuoco con più precisione quali sfumature dell’insulto vorrei interpretare meglio nella mia azione femminista, perché sono convinta che le specificazioni che usano per denigrare chi si espone a difesa della dignità e parità delle donne siano proprio quelle di cui le donne hanno maggiore necessità.

Se dunque potessi scegliere come essere insultata in merito, vorrei continuare a essere definita come sporca femminista. Non mi faccio illusioni: lottare contro le disuguaglianze di genere era e rimane un lavoro socialmente lurido, con altissimi costi di relazione. Nella sfera privata si perdono le amicizie di chi ritiene che le priorità siano altre, sempre altre; in quella pubblica si viene facilmente categorizzate come specialiste (e quindi come fanatiche) della polemica di genere; in quella personale si diventa molto reattive alla disuguaglianza, perché si finisce per sviluppare un’attenzione acuta verso tutti i segnali di sessismo che ci circondano e che la maggior parte delle persone, per cultura o pigrizia intellettuale, non riesce a vedere: dallo spot che equipara corpi e merci fino al linguaggio pubblico che anche in ambito istituzionale rifiuta ancora di declinarsi per rappresentare l’esistenza dell’altra metà del genere umano. Sporche femministe con fierezza, quindi, perché c’è un immenso bisogno di donne che vogliano accettare di essere chiamate così in nome del contatto con i peggiori aspetti della decomposizione sociale che stiamo vivendo.

Confesso che non vorrei rinunciare nemmeno alla specificazione di femminista arrabbiata, termine usato dai detrattori per sminuire la determinazione con cui è necessario che certe battaglie siano ancora portate avanti, fuori da ogni ipocrita trattativa al ribasso. La forza spesa nell’espressione di alcune posizioni è commisurata alla resistenza culturale, talvolta incolpevole ma spesso in malafede, che circonda le disuguaglianze strutturali contro le quali in questo paese è ancora necessario lottare. La docilità non è un attributo delle guerre e quella per la parità, non fosse altro che per il contrattacco che suscita, una guerra lo è a tutti gli effetti.

Se mi fosse dato di potermi tenere addosso un ultimo aggettivo insultante, direi che mantengo anche l’epiteto di vetero femminista, non perché mi piace guardare all’indietro, ma perché il passato del movimento delle donne rappresenta la ricchezza dalla quale tutte adesso possiamo permetterci di guardare avanti. Le lotte delle generazioni precedenti sono state tra i momenti più alti della vita civile di un paese, l’Italia, che non ne ha avuti poi così tanti altri ed è indubbio che molte di quelle battaglie non siano ancora compiute, o perché i risultati non sono stati raggiunti oppure perché oggi sono di nuovo in discussione. Il traguardo di poterci mettere la divisa nei corpi militari è ben poca cosa sul piano della parità rispetto al fatto che le donne che vogliono scegliere della propria maternità debbano scontrarsi con il 70% di obiettori negli ospedali, che quelle che lavorano prendano ancora mediamente meno dei colleghi di pari mansione, che vengano licenziate più facilmente, assunte più spesso con contratti a termine e dimissioni prefirmate per timore che restino incinte e che nei loro percorsi di affermazione professionale vengano comunque fermate prima di poter raggiungere ruoli apicali. Occorre essere molto “vetero” se si vuole essere “neo” femministe nel 2014, perché se cinquant’anni fa le nostre nonne sapevano che sarebbero esistiti solo i diritti per cui stavano lottando, oggi noi dobbiamo essere consapevoli che della loro eredità di conquiste continueranno a esistere solo quelle che rimarremo in grado di difendere.

Che ci insultino, dunque: non ce la prenderemo. Siamo tutte consapevoli che ogni volta che quelle parole ci vengono rivolte è perché perdiamo tempo a difendercene ciascuna per sè, dimenticando che le nostre battaglie sono più alte e appartengono a tutte.

 

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Spinelli e cannoni

Come coda velenosa delle recenti elezioni europee sta andando in onda una bagarre che sarebbe comica se non fosse tragica, che ha come protagonisti Barbara Spinelli e la lista Tsipras. Come è noto, la Spinelli ha detto che al seggio europeo non rinuncerà più, come aveva annunciato prima delle votazioni. A rimanere a becco asciutto è Marco Furfaro di Sinistra Ecologia e Libertà, che già si sentiva eurodeputato. Il coordinatore della campagna elettorale di Furfaro, tale Enrico Sitta,  sbrocca e scrive una lettera velenosa (e vergognosa), piena di insulti da bar e scritta in un italiano piuttosto approssimativo, da uno che manco si degna di rileggersi prima di pigiare il tasto Invio. Vale la pena leggersela tutta, ma la perla è questa:

Una persona misera Barbara Spinelli, una borghese piccola piccola, priva della facoltà politica e forse anche umana di intendere e di volere, in mano a dei mascalzoni che hanno sfruttato l’occasione per un unico scopo politico che andava delineandosi fin dall’inizio: fare fuori Sel. Per invidie, vecchi rancori, politicismi, opportunismi d’accatto.

Aaaaaah, uno che le canta chiare. Ora finalmente lo sappiamo: il vero e unico scopo di Alexis Tsipras nella sua avventura europea era quello di far fuori Sel!!! No perchè, se fosse sfuggito a qualcuno – e al Sitta è certamente sfuggito – a chiedere esplicitamente a Barbara Spinelli di tenersi il seggio al Parlamento Europeo è stato lo stesso Tsipras. («Pare che dietro la decisione ci siano forti pressioni dello stesso Alexis Tsipras, il leader greco della vincente Syriza che vorrebbe portare in Europa un nome di peso come quello dell’editorialista di Repubblica e proporla come vicepresidente del Parlamento») Quindi Sitta ha dato del mascalzone a colui in nome della cui lista lui stesso ha fatto campagna elettorale, ha dato del mascalzone all’unico che senza alcun dubbio ha tutti i diritti di esprimersi sulla scelta di chi mandare al Parlamento europeo in suo nome. Non è meraviglioso? non è da mondo alla rovescia? Orwell, anyone?

Che poi varrebbe anche la pena di chiedersi perchè Alexis Tsipras si è sentito in dire la sua su questa questione e di spingere la Spinelli a tenersi il seggio, togliendolo a Furfaro e lasciando quindi Sel senza rappresentanza in Europa. Perchè? Solo perchè la Spinelli è un “nome di peso”? O non è piuttosto perchè Sel si era messa di traverso nella questione dell’adesione dell’Altra Europa – la lista italiana affiliata a Tsipras – al gruppo parlamentare europeo di Tsipras stesso, la Gue/Ngl, preferendo mostrarsi possibilista nei confronti di un’adesione al Pse?

A fare resistenza all’adesione formale al gruppo della Sinistra Unita già nella fase elettorale, nonostante l’intenzione di farlo della gran parte dei candidati de L’Altra Europa, sarebbe stata soprattutto (ma non solo) Sinistra, Ecologia e Libertà. Il leader del partito, Nichi Vendola, a marzo ospite al congresso del Pse aveva dichiarato di considerare Schulz, che è uno degli avversari di Tsipras, “una delle personalità più importanti della scena politica europea” e di voler lavorare perché “la lista Tsipras possa dialogare e immaginare un profilo di alleanza con lui”.

Per dirla più chiaramente: l’intera campagna elettorale dell’Altra Europa con Tsipras ha ruotato attorno all’adesione degli eventuali eletti al gruppo europeo di Tsipras, la Gue/Ngl, ma la lista non ha potuto formalizzare l’adesione alla Gue/Ngl perchè Sel si è opposta, con la scusa di voler lasciare ai propri eletti “le mani libere”. Ovvero, si mettono sotto l’ombrello di Tsipras, ne sfruttano il nome, si prendono i seggi (nelle loro intenzioni) e poi vanno altrove. C’è così da meravigliarsi che Tsipras si sia incazzato e abbia detto la sua a riguardo? E infatti la Spinelli ha dichiarato «accet­terò l’elezione al Par­la­mento euro­peo, dove andrò nel gruppo Gue-Sinistra Euro­pea». Mi pare il minimo.

E questi farabutti, ora che gli è andato male il giochino all’italiana, hanno pure il coraggio di insultare la Spinelli e Alexis Tsipras stesso, che evidentemente non ha intenzione di farsi strumentalizzare come speravano loro. Ma che schifo di paese.

 

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