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Apulia terra fecunda uvis atque oleis (se non li abbattono tutti)

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Nel 2010, solo cinque anni fa, l’istituto Agronomico di Valenzano (Bari) organizza un convegno sulla Xylella fastidiosa, che a dispetto del nome fino a quel momento in Italia non aveva dato fastidio a nessuno. Durante il convegno viene introdotto il batterio in Italia, ovviamente a scopo di studio. La Xylella è un batterio che in America attacca alberi da frutto, soprattutto agrumi. Non gli olivi. Però chissà come solo cinque anni dopo la Xylella è diventata un’emergenza nazionale e si vogliono abbattere migliaia e migliaia di piante d’olivo per contenere l’epidemia. Il refrain che quasi tutti gli organi di stampa ripetono ad nauseam è che ci sono migliaia di piante malate e che, come al solito quando c’è da mandare giù una pillola amara, ce lo chiede l’Europa. Ebbene, pare che non sia vera ne’ l’una ne’ l’altra cosa. E così, mentre questi cominciano ad abbattere gli incolpevoli ulivi, tra la disperazione dei contadini pugliesi, dall’Università della California – dove la Xylella la conoscono molto meglio che da noi – arriva uno studio che smentisce i collegamenti tra il batterio e il disseccamento degli ulivi; e dall’Europa arrivano richieste di chiarimento, poichè l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare non è stata nemmeno interpellata (altro che ce lo chiede l’Europa…).

Per tutti i dettagli di questa incredibile vicenda si veda l’ottimo articolo di Giovanni D’Elia

Xylella fastidiosa. Epidemia o inganno?

che qui comunque riporto integralmente a scanso di eventuali sparizioni dal web, con l’aria che tira non si sa mai; però per favore andate a leggerlo di là.

Aggiungo una chicca, un dettaglio preso da uno dei link nelle note che basta da solo a far capire che qui sotto c’è qualcosa che puzza, e parecchio:

Sul caso del batterio killer degli ulivi, finito nel 3° rapporto sulle agromafie di Coldiretti-Eurispes, indaga da un anno il sostituto procuratore di Lecce Elsa Valeria Mignone: «L’Istituto agronomico mediterraneo, dove si è svolto il workshop del 2010 nel quale è stato portato il batterio da xylella per scopi scientifici, gode per legge di immunità assoluta e l’autorità giudiziaria non può andare a indagare.

«L’Istituto agronomico mediterraneo, dove si è svolto il workshop del 2010, gode per legge di immunità assoluta. E questo è un caso pressoché unico nello scenario europeo e forse mondiale. Già la legge 13 luglio 1965 n. 932, con cui l’Italia ha ratificato l’accordo con l’Europa per l’istituzione del Centro Internazionale di Alti Studi Agronomici Mediterranei, introduce una serie di privilegi e immunità per lo IAM in base ai quali l’autorità giudiziaria italiana non può violare il domicilio dell’istituto, non può effettuare sequestri, perquisizioni o confische. Non solo, se la ricerca e lo studio effettuati nella sede dello IAM vengono portati all’esterno del territorio, godono anch’essi di immunità assoluta, a meno che non sia lo stesso IAM a rinunciarvi. Sicchè, pur avendo il Ministero autorizzato l’introduzione di germi patogeni a scopo di sperimentazione presso il predetto istituto, nessuna verifica contemporanea o postuma può essere effettuata da chicchessia sulla correttezza dei metodi usati nella sperimentazione».

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Morire di paura

Sulla psicologia del Lubitz, di quel ragazzo tranquillo col sogno di volare, si potranno naturalmente fare tutte le ipotesi possibili. Si potrà dire, e si dirà, tutto e il contrario di tutto; non è certo il primo ragazzo tanto discreto e calmo che combina i peggiori disastri, e non sarà l’ultimo; del resto, anche la sua planata sulle montagne sembra essere avvenuta nella massima calma e tranquillità, mentre il comandante se ne stava là fuori a non farsi aprire e i passeggeri cominciavano a urlare. Ma sarà bene parlare anche di una certa porta arcisicura, di quella porta talmente antirerrorismo da non riuscire a farsi aprire neppure dal comandante. Di tutta questa gran sicurezza che chiude tutto dall’interno, senza nessuna possibilità di dare accesso. Di dispositivi che escludono anche i sistemi di apertura di emergenza. Di tutto ciò che, insomma, in nome della sicurezza ha fatto sì che quel cazzo di porta, chiusa dal tranquillo copilota tedesco Lubitz, non si aprisse più; e, se tanto mi dà tanto, i disgraziati passeggeri dell’Airbus devono la loro morte più a tutto questo che ai neuroni del giovanotto di Montabaur (Renania). Devono la loro morte al fatto che la prima domanda che è stata posta a proposito del copilota, sia stata relativa alla sua religione e alla sua etnia. Devono la loro morte, in ultima analisi, pure loro al terrorismo. Al terrorismo della sicurezza ad ogni costo. Al terrorismo delle impenetrabili porte chiuse. Al terrorismo impalpabile dell’idiozia securitaristica, dalla quale dovremmo guardarci molto di più che dall’ISIS.

Che se ir Venturi non esistesse, bisognerebbe inventarlo, ma non ci si riuscirebbe mica.

 
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Pubblicato da su 27 marzo 2015 in matti, orwelliana, segnalazioni, terrorismo

 

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Un tanto al Renzi

Ho l’impressione che su affaritaliani.it qualcuno si stia divertendo. Oppure li pagano a dozzine.

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Pubblicato da su 19 marzo 2015 in cazzeggio, giornalisti, Italia, matti, segnalazioni

 

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Falsi ricordi

Un post assolutamente imperdibile (di Piero Purini, storico) sulla falsificazione della memoria collettiva sulle foibe attraverso la manipolazione e riattribuzione delle immagini, tra semplici sviste, sospetta malafede e plateali menzogne (in cui incappano anche Bruno Vespa e la Boldrini, tra gli altri). Veramente incredibile.

L’idea che alla base di questi errori vi sia un opportunismo di questo tipo viene in qualche modo confermata anche dall’analisi di chi sono gli autori. Se nel caso di singoli utenti di Facebook o di blogger che arricchiscono con immagini i propri commenti, l’errore in buona fede può sicuramente starci; nel caso di giornalisti, di grafici o di impiegati comunali che cercano materiale fotografico per la Giornata del ricordo l’errore mi sembra possibile, ma abbastanza più grave. Del tutto ingiustificabile invece risulta un’attribuzione sbagliata quando si tratta di media a diffusione nazionale e di opinion maker come Bruno Vespa, oppure di istituzioni pubbliche nazionali, come nel caso del sito del Ministero degli interni denunciato da Mlinar.

(…) Ciò che inquieta è che siano le stesse istituzioni dello Stato a prestarsi a questo gioco, ma dal momento che la Giornata del ricordo è diventata uno dei pilastri della creazione di una mitologia collettiva nazionale italiana e della memoria condivisa, non stupisce che il travisamento della realtà storica e delle immagini venga portato avanti anche ad alto livello politico.

 

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Da qui se ne vanno tutti

2010-05-26-vulcan_alberta_smallQualche tempo fa ho stampato questo geniale poster realizzato in occasione di una visita di Leonard Nimoy a Vulcan, nello stato di Alberta, in Canada. L’ho incorniciato e appeso al muro, sotto una foto di Frida Kahlo. Stanno bizzarramente bene assieme. Lo vedo tutti i giorni, parecchie volte al giorno, eppure ogni tanto mi fermo ancora a guardarlo. Un po’ perché è proprio bello, un po’ perchè, come dice il Mumbling che sta qui a destra da un bel po’,

“Star Trek was an attempt to say that humanity will reach maturity and wisdom on the day that it begins to not just tolerate, but take a special delight in differences in ideas and differences in life forms.”

Ecco.

A me invece pare che si stia marciando a grandi passi nella direzione opposta; mi pare che il giorno in cui l’umanità imparerà non soltanto a tollerare ma a ricavare uno speciale piacere dalle differenze sia non solo lontano, ma proprio invisibile all’orizzonte. E ora anche Spock se ne va. Beh, come dargli torto. Anch’io cambierei pianeta, potendo.

A life is like a garden. Perfect moments can be had, but not preserved, except in memory. LLAP

 
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Pubblicato da su 28 febbraio 2015 in fantascienza, omaggi

 

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Wikishit: la bandiera dell’Emilia

Bandiera_Emilia_LegaLa storia non la si riscrive soltanto “in grande”, manipolando in senso neoirredentista le pagine di Wikipedia che parlano della sponda orientale dell’Adriatico (fondamentale questo post di Wu Ming, non solo sull’argomento specifico ma anche per capire più in generale le dinamiche di Wikipedia). La si puo’ riscrivere anche in piccolo, piccolo come puo’ essere una minuscola bandierina in fondo a un’innocua pagina dedicata… al Cappello del prete.

Comincio daccapo. Oggi abbiamo cotto un cotechino. Niente di strano, siamo in Emilia. Finito di mangiare, siccome l’altro umano di casa non è emiliano e mostra ancora bizzarre curiosità nei confronti della sua regione di adozione, va a cercare la pagina di Wikipedia che parla del cotechino e da li’ approda a quella sul cappello del prete. Poi apre un’immagine che sta accanto alla voce Portale Emilia, in fondo, e attira la mia attenzione su di essa. E’ la bandiera dell’Emilia. La bandiera dell’Emilia?! Mo guarda, mai vista prima. Oh, io sono emiliana da quasi mezzo secolo, ma quella roba li’ non l’ho proprio mai vista. Non sapevo nemmeno che l’Emilia avesse una bandiera sua, per dirla tutta. Mi incuriosisco e vado a leggere la descrizione dell’immagine, scoprendo la prima cosa curiosa:

Flagge der Region Emilia von Lega Nord ausgelegt (1990).
Flag of the region Emilia designed by Lega Nord (1990).
Bandiera della regione Emilia (1990). Tratta da http://www.bandieredeipopoli.com/images/emilia/statiche/b_emilia1.jpg questo sito] e ricreata.
Vlag van de regio Emilia ontworpen door Lega Nord (1990).

Ovvero: in tedesco, inglese e olandese si dice chiaramente che questa bandiera è stata disegnata/progettata dalla Lega Nord. Nella descrizione in italiano, invece, la fondamentale informazione sparisce, per essere sostituita da un molto più neutrale link alla presunta fonte, questo bel sito da attacco epilettico.

Continuo a cercare, per trovare eventuali altre fonti della cosiddetta bandiera dell’Emilia, ma niente. Niente, a parte una curiosa pagina di Wikideep dedicata all’Emilia, pagina che, molto stranamente, parla solo della bandiera e non fa che “storicizzare” l’evidenza: “Il disegno che si è diffuso maggiormente, fino ad essere adottato dalla Lega Nord Emilia” è un’elegante supercazzola che tenta di nascondere l’ovvia verità: se la sono inventati loro, mettendo assieme un po’ alla buona le bandiere delle varie città capoluogo di provincia (neanche tutte). E in effetti qualcun altro aveva posto il problema, anni fa. In una pagina di discussione di Wikipedia, un utente fa notare che quella è la bandiera proposta dalla Lega per l’Emilia e non ha niente di ufficiale. Segue pacato commento sul fatto che l’utente che ha caricato l’immagine è poco attivo e altro intervento del primo utente, in cui annuncia di aver aggiunto un commento nella pagina sull’Emilia (che immagino sia questo).

Tutto bene, tutto bello, in effetti lì si legge chiaramente che L’Emilia, dai tempi dell’Impero Romano, non è mai stata un’entità politica unitaria, e pertanto non ha mai avuto un simbolo o una bandiera che la identificasse come identità autonoma. Chiarissimo, no? Già. Pero’.

Però, qualunque utente che capiti in una delle più di mille pagine che fanno parte del Portale Emilia – nonchè nella prima pagina dello stesso – crederà in buona fede che quella sia davvero la bandiera dell’Emilia. Perchè quella schifezza di falso storico sta in ogni singola pagina tra quelle elencate. Anche sul quella del cappello del prete.

Domandina probabilmente ingenua: perchè su Wikipedia possono coesistere tranquillamente la pagina dell’Emilia, che dice – giustamente – che quella bandiera è fasulla, e il Portale Emilia, che la presenta come bandiera ufficiale?

 

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Hanno la faccia

Appena ascoltata al gr di radiopopolare. La Boschi , parlando dell’Italicum, avrebbe detto: “Rottamiamo inciuci e larghe intese”.

Questi… questi… questi esseri inciuciano a tutta birra col berlusca, gli promettono mari e monti, impunità e veline e chissà che altro, concordano con lui il prossimo presidente della Repubblica (il presidente della repubblica!!! Berlusconi!!! che se non fosse per la gentile intercessione di Matteino “Pinocchio” Renzi, a quest’ora sarebbe politicamente morto e defunto da un bel pezzo!!!) e hanno pure la faccia di bronzo di ergersi a rottamatori di inciuci e larghe intese (altrui).

Meglio che chiuda qui, senno’ passo alle bestemmie.

serracuore

 

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Inciuciando

La manifestazione oceanica di ieri a Parigi ha tolto visibilità alle primarie del PD in Liguria, che si stanno rivelando l’ennesima schifezza all’italiana, una roba da vomito per dirla eufemisticamente. Mi preme segnalare l’articolo di Luigi Leone, direttore di Primocanale, benemerita tv ligure all-news che ho seguito durante tutta l’emergenza alluvioni, meravigliandomi della classe, della professionalità e dell’impegno di tutti i suoi giornalisti. Vero servizio pubblico, alla faccia della Rai.

Leone le canta chiarissime, in un pezzo che ha – secondo me – una valenza che va ben al di la’ della contingenza locale. (grassetto nell’originale, sottolineature in blu mie)

Fatti fessi dal Pd dell’inciucio

GENOVA – Togliamole pure i 1.200 voti di Albenga, i 700 e passa di Pietra Ligure, i 100 e oltre di Badalucco, più un altro migliaio sparso qua e là. Ne restano sempre mille di differenza. Dunque, su questo punto Raffaella Paita ha ragione: le primarie le ha vinte. Ma questo è il dato numerico. Poi di dato ce n’è un altro: di fronte ad anomalie come quelle citate, e ad altre che eventualmente spuntassero, non si può affermare che sono state primarie “pulite”. E su questo punto Paita ha torto.

Il problema, però, non è suo, è del Pd. Il partito ligure non solo esce profondamente diviso dal cimento, non solo costringe un gentiluomo come Sergio Cofferati a fare ciò che non avrebbe mai immaginato, cioè non riconoscere il risultato e non fermarsi per stringere la mano all’avversaria, il partito finisce con l’immagine fatta a pezzi. Perché tutta l’informazione nazionale dipinge quanto avvenuto fra Ventimiglia e Sarzana come un’autentica schifezza, parlando di brogli, voti comprati, malavitosi ai seggi, truppe cammellate di extracomunitari portati a votare e a fotografare la scheda per dimostrare di aver fatto il proprio “dovere” e quindi incassare il denaro o il piacere promessi loro. L’inquinamento di peones del centrodestra spediti a votare da ras in cerca di una poltrona diventa persino un aspetto marginale.

Il parallelo che è nato spontaneo, scorrendo le cronache di quotidiani e siti internet, è con le primarie del 2011 a Napoli: infine annullate. Non so se si arriverà a tanto, se gli organi di garanzia metteranno a ferro e fuoco il risultato. Di sicuro la vicenda certifica il logoramento delle primarie, uno strumento adottato come supremo esercizio di democrazia interna e trasformato in una volgare macchina del consenso guidata secondo logiche al cui cospetto vengono in mente le peggiori pagine della Prima Repubblica, oppure quelle scritte nelle elezioni (ufficiali) in cui i boss di mafia, ’ndrangheta e camorra fann carne di porco con le preferenze.

La realtà è che nella lunga notte dei partiti, schifati dagli italiani, compresi i liguri, per le loro malefatte, non ultime le spese pazze nelle Regioni, con una frotta di indagati, come in Liguria, per il disinvolto utilizzo del denaro dei cittadini, neppure il Pd, che pure rivendica di essere ancora un forza presentabile e locomotiva del cambiamento, trova il coraggio di fare ciò che dovrebbe fare un partito: riunirsi, scannarsi pure, ma poi uscire con un candidato da proporre all’elettorato tutto. Questa menata delle primarie, invece, rende preliminari alle elezioni vere tutte le peggiori cose e poi pretende di consegnare all’intero corpo elettorale un candidato vestito della verginità che gli deriverebbe dall’investitura popolare. Ma qui di vergini non ce ne sono. Si è visto e si vede benissimo.

Ho un’altra certezza che mi deriva da questo scenario sconfortante e avvilente: per quanto spaccato sia, vogliamo scommettere che nell’arco di poco tempo si inneggerà alla ritrovata unità del Pd ligure perché nel segreto delle stanze, e alla faccia del popolo genuino delle primarie, chi campa di politica, e sono la maggioranza – Raffaella Paita almeno ha avuto il coraggio di affermarlo apertamente, evviva la faccia! – troveranno gli accordi che consentiranno a tutti di avere una poltrona, un incarico e quindi uno stipendio? E’ certamente vero che la ricchezza personale non può e non deve diventare requisito per fare politica o essere candidati, altrimenti ti saluto democrazia, ma forse bisogna cominciare a ragionare sul fatto che oltre a quello dell’onestà occorre averne un altro di requisito: possedere un proprio lavoro che permetta di campare senza bisogno di uno scagno pubblico a garantire il sostentamento familiare.

La questione non è banale e incrocia quanto avvenuto in questi mesi in Liguria. La campagna delle primarie è vissuta sulla cattura del consenso, da parte di Paita & C, facendo leva sul bisogno. Quello di chi deve garantirsi un futuro sulle spalle delle casse pubbliche e quello di chi, leggi alla voce sindaci dell’entroterra, aveva bisogno dei soldi della Regione per tirare avanti il proprio Comune. E’ un utilizzo del potere fine a se stesso, la stessa penosa scena che si ripete puntualmente ad ogni elezione comunale, quando miracolosamente, nell’ultimo mese di mandato, le amministrazioni civiche accendono i lampioni spenti da anni e asfaltano le strade fino a quel momento ridotte a colabrodi.

Paita, dunque, ha numericamente vinto le primarie, ma il Pd le ha perse. E non si tiri fuori l’enfasi della “straordinaria partecipazione”. Se non ci fosse stato Cofferati e se lo scontro non si fosse radicalizzato racconteremmo un’altra storia a proposito dell’affluenza urne. Certamente non prodotta da un rinnovato afflato degli elettori grazie alle mirabolanti e credibili proposte del partito.

Un’analisi del voto, infine, non può prescindere da un’ulteriore considerazione. Scrivi Paita, ma leggi Burlando. Non perché la vincitrice fosse la designata alla successione, bensì perché siamo di fronte ad un capolavoro di tattica politica. Appreso e accertato che su Genova non aveva più i numeri per imporre le proprie scelte, il governatore ha deciso di puntellare il proprio sistema di potere, un reticolo di rapporti fitto e a volte inestricabile, decentrandolo sulle province.

Ha girato la regione non genovese in lungo e in largo, ha fatto promesse, elargito fondi, fatto pranzi e cene, tagliato nastri inaugurali. Si portava appresso la Paita come una madonna pellegrina e mentre a Genova i vecchi e i nuovi avversari lo irridevano, dipingendolo come un cavallo bolso che ormai poteva calcare solo gli ippodromi di periferia, lui certosino accatastava uno a uno i voti che sarebbero serviti alla premiata ditta. Il risveglio, per i genovesi del partito – tutti, nessuno escluso – è stato il peggiore degli incubi.

“Gerundio” li ha fatti fessi. E scornati escono anche i due ministri, lo spezzino Andrea Orlando e la genovese Roberta Pinotti. Il primo non è riuscito ad alzare un argine credibile nella sua città, anche se va detto che non s’è speso quasi per niente in questo impegno, al punto da non aver fatto un endorsement vero e proprio a favore di Cofferati, l’altra non ha portato a Paita, nel capoluogo ligure, quei voti che avrebbero alleggerito il peso delle polemiche sulle “stranezze” di alcuni risultati. Caro Matteo Renzi, ora ha anche un problema che si chiama Liguria. Auguri.


P.s.: Leone si è mantenuto sul prudente, dichiarando che comunque la Paita avrebbe vinto anche togliendo quei voti contestati nelle provincie. Ma se altre voci provenienti direttamente da Genova (“Siamo stati costretti ad allontanare delle persone che non sapevano neppure la via in cui abitavano, trascinati al voto da un esponente di un comitato molto noto in zona. Per tre volte l’uomo è entrato nel seggio, quasi portando sotto braccio degli “amici” per farli votare e pagando per loro. Sembrava un tour operator” e “a Genova, in val Polcevera, un presidente di seggio ha segnalato persino possibili infiltrazioni malavitose”) dovessero trovare conferma, forse si rimetterebbe in discussione anche quello.

 
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Pubblicato da su 12 gennaio 2015 in disgusto, Italia, lobby, politici, segnalazioni, tv

 

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Moi aussi

charlie P.s.: E comunque non li prenderanno vivi. Ci mancherebbe che abbiano la possibilità di raccontare chi e come li ha aiutati nella preparazione dell’attentato a Charlie Hebdo. Per farsi venire qualche dubbio (non sul fatto che siano stati loro a compiere effettivamente la strage, beninteso), si legga quello che ne dice Aldo Giannuli.

P.p.s.: ci mancava il siparietto comico: sbuca l’apposita “psicologa dell’Accademia militare del Politecnico federale di Zurigo” – nientemeno – a spiegarci come sia possibilissimo che i superterroristi perdano le carte d’identità (“Una situazione di battaglia come quella in cui si è trovato il fondamentalista islamico provoca un tale stress mentale da poter far dimenticare oggetti molto importanti.” ). Che suona già abbastanza assurda e stiracchiata di per se’. Peccato poi che non arrivi a spiegarci come sia possibile che “il fondamentalista islamico” compia l’errore ben più grave di portarsi dietro la carta d’identità mentre si prepara a compiere il suo attentato.

 

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Isis-620Dunque, ricapitoliamo: questa banda di ex straccioni, ora pieni di soldi e armati da chissà chi con artiglieria pesante, tra cui carriarmati e giocattolini del genere, assedia da settimane una cittadina siriana al confine con la Turchia, Kobane. Nonostante la fiera resistenza dei curdi, che non sono mica agnellini di primo pelo, e nonostante, soprattutto, i raid aerei della coalizione, questa improbabile armata di pazzi fanatici è riuscita a conquistare una parte della città ed è vicina al centro. Ora la coalizione pare bombardi quattro aree lungo il fronte sud e sud-orientale della città. Per dirla più chiara ancora: la coalizione, dotata di satelliti, caccia, droni e chissà quali altre diavolerie, in tutto questo tempo non è riuscita a fermare l’avanzata dei pazzi bombardandoli dall’alto e ora frantuma i margini della città, se non proprio i quartieri dove sono entrati (quegli stessi quartieri che pure l’ISIS stava bombardando da fuori, prima di prenderli). La cittadina è curda. Se questo sembra un dettaglio, occorrerà ricordare che questo schema si è ripetuto già un po’ di volte. Il più forte esercito del mondo, dotato della migliore aviazione del mondo, bombardando dall’alto non riesce ad arrestare l’avanzata di truppe a terra, ma nemmeno a rallentarla o a indebolirla. Suona improbabile solo a me?

Centosessantamila persone – curdi – hanno passato il confine e si sono rifugiati in Turchia, durante le settimane dell’assedio. La Siria, anzichè fare fronte comune con la Turchia contro il nemico interno, ha avvertito: «Un intervento militare turco in territorio siriano contro gli jihadisti dello Stato islamico sarebbe considerato come un’aggressione». Con un cancro simile in casa, appare alquanto paradossale che non cerchino un’alleanza, almeno temporanea. Assad si sente molto sicuro di sè, sembrerebbe. Lo era sembrato anche in occasione dei primi raid USA sulla Siria, che invece avrebbero dovuto preoccuparlo. Anzi, a detta degli osservatori, pareva soddisfatto come un gatto satollo. Il giorno dopo la Cnn ha diffuso indiscrezioni, abbastanza circostanziate, su come l’Amministrazione Usa avrebbe informato Damasco prima degli attacchi, precisando che le strutture del regime non sarebbero state bombardate. E ancora:

Il proliferare dal 2011 di estremisti islamici, fino all’instaurazione di un Califfato tra la Siria e l’Iraq, ha infatti indebolito, prima di tutto, l’opposizione pacifica e i ribelli moderati decimati dal regime. Assad è stato rafforzato dall’Is: difficile che, senza forze straniere sul terreno, militarmente gli insorti possano beneficiare dei bombardamenti Usa più dell’esercito siriano.

E sul piano internazionale Assad – per anni, mandatario dei raid di barili-bomba sui quartieri residenziali dei ribelli, ma non sulle raffinerie dell’Is – può sostenere più che mai la parte del perseguitato dai «terroristi di al Qaeda venuti da fuori».

Molto complicato e molto strano. Assad si comporta come se tenesse per le palle, perdonate il francesismo, gli USA. Come se avesse in mano un potente strumento di ricatto. Tipo, che so, la prova provata che l’ISIS è un inside job. Che poi, insomma, non è un’idea tanto campata per aria. L’ha detto pure il senatore Rand Paul, per dire. E Snowden: «The former employee at US National Security Agency (NSA), Edward Snowden, has revealed that the British and American intelligence and the Mossad worked together to create the Islamic State of Iraq and Syria (ISIS).» E un sacco di altra gente, se solo ci si prende la briga di cercare. Lo dicono, soprattutto, gli eventi. Ad osservarli senza il filtro ideologico che i media mondiali ci hanno messo davanti – costituito soprattutto dalla lente delle decapitazioni di ostaggi occidentali, che focalizza l’attenzione mondiale sull’orrore, cioè su uno stato mentale in cui predomina la paura cieca che impedisce di ragionare – gli eventi, in effetti, parlano da soli. E dicono che in realtà gli USA non stanno facendo granchè – per usare un eufemismo – per fermare l’armata di fanatici; dicono che forse a qualcuno sta bene che l’armata di fanatici spazzi via i curdi, grazie a una vera e propria campagna di pulizia etnica; e che nel contempo ridia legittimità a quel controllo pervasivo che proprio quelli come Snowden avevano portato alla luce, suscitando non pochi moti di indignazione nell’opinione pubblica dei paesi occidentali. Ma ora, che ci vuoi fare, ora c’è l’ISIS, e poi questi qui hanno cittadinanze occidentali e quando tornano a casa mettono in pericolo proprio TE e quindi non vorresti cedere un po’ delle tue libertà e farti controllare? È per proteggerti meglio! (ricorda niente?) “Lo Stato Islamico rende di nuovo rispettabile la sorveglianza elettronica”. Senza contare gli altri side benefits, quelli già noti: armi, petrolio, potere. Delle side victims, al solito, chissenefrega.

 

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