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Isis-620Dunque, ricapitoliamo: questa banda di ex straccioni, ora pieni di soldi e armati da chissà chi con artiglieria pesante, tra cui carriarmati e giocattolini del genere, assedia da settimane una cittadina siriana al confine con la Turchia, Kobane. Nonostante la fiera resistenza dei curdi, che non sono mica agnellini di primo pelo, e nonostante, soprattutto, i raid aerei della coalizione, questa improbabile armata di pazzi fanatici è riuscita a conquistare una parte della città ed è vicina al centro. Ora la coalizione pare bombardi quattro aree lungo il fronte sud e sud-orientale della città. Per dirla più chiara ancora: la coalizione, dotata di satelliti, caccia, droni e chissà quali altre diavolerie, in tutto questo tempo non è riuscita a fermare l’avanzata dei pazzi bombardandoli dall’alto e ora frantuma i margini della città, se non proprio i quartieri dove sono entrati (quegli stessi quartieri che pure l’ISIS stava bombardando da fuori, prima di prenderli). La cittadina è curda. Se questo sembra un dettaglio, occorrerà ricordare che questo schema si è ripetuto già un po’ di volte. Il più forte esercito del mondo, dotato della migliore aviazione del mondo, bombardando dall’alto non riesce ad arrestare l’avanzata di truppe a terra, ma nemmeno a rallentarla o a indebolirla. Suona improbabile solo a me?

Centosessantamila persone – curdi – hanno passato il confine e si sono rifugiati in Turchia, durante le settimane dell’assedio. La Siria, anzichè fare fronte comune con la Turchia contro il nemico interno, ha avvertito: «Un intervento militare turco in territorio siriano contro gli jihadisti dello Stato islamico sarebbe considerato come un’aggressione». Con un cancro simile in casa, appare alquanto paradossale che non cerchino un’alleanza, almeno temporanea. Assad si sente molto sicuro di sè, sembrerebbe. Lo era sembrato anche in occasione dei primi raid USA sulla Siria, che invece avrebbero dovuto preoccuparlo. Anzi, a detta degli osservatori, pareva soddisfatto come un gatto satollo. Il giorno dopo la Cnn ha diffuso indiscrezioni, abbastanza circostanziate, su come l’Amministrazione Usa avrebbe informato Damasco prima degli attacchi, precisando che le strutture del regime non sarebbero state bombardate. E ancora:

Il proliferare dal 2011 di estremisti islamici, fino all’instaurazione di un Califfato tra la Siria e l’Iraq, ha infatti indebolito, prima di tutto, l’opposizione pacifica e i ribelli moderati decimati dal regime. Assad è stato rafforzato dall’Is: difficile che, senza forze straniere sul terreno, militarmente gli insorti possano beneficiare dei bombardamenti Usa più dell’esercito siriano.

E sul piano internazionale Assad – per anni, mandatario dei raid di barili-bomba sui quartieri residenziali dei ribelli, ma non sulle raffinerie dell’Is – può sostenere più che mai la parte del perseguitato dai «terroristi di al Qaeda venuti da fuori».

Molto complicato e molto strano. Assad si comporta come se tenesse per le palle, perdonate il francesismo, gli USA. Come se avesse in mano un potente strumento di ricatto. Tipo, che so, la prova provata che l’ISIS è un inside job. Che poi, insomma, non è un’idea tanto campata per aria. L’ha detto pure il senatore Rand Paul, per dire. E Snowden: «The former employee at US National Security Agency (NSA), Edward Snowden, has revealed that the British and American intelligence and the Mossad worked together to create the Islamic State of Iraq and Syria (ISIS).» E un sacco di altra gente, se solo ci si prende la briga di cercare. Lo dicono, soprattutto, gli eventi. Ad osservarli senza il filtro ideologico che i media mondiali ci hanno messo davanti – costituito soprattutto dalla lente delle decapitazioni di ostaggi occidentali, che focalizza l’attenzione mondiale sull’orrore, cioè su uno stato mentale in cui predomina la paura cieca che impedisce di ragionare – gli eventi, in effetti, parlano da soli. E dicono che in realtà gli USA non stanno facendo granchè – per usare un eufemismo – per fermare l’armata di fanatici; dicono che forse a qualcuno sta bene che l’armata di fanatici spazzi via i curdi, grazie a una vera e propria campagna di pulizia etnica; e che nel contempo ridia legittimità a quel controllo pervasivo che proprio quelli come Snowden avevano portato alla luce, suscitando non pochi moti di indignazione nell’opinione pubblica dei paesi occidentali. Ma ora, che ci vuoi fare, ora c’è l’ISIS, e poi questi qui hanno cittadinanze occidentali e quando tornano a casa mettono in pericolo proprio TE e quindi non vorresti cedere un po’ delle tue libertà e farti controllare? È per proteggerti meglio! (ricorda niente?) “Lo Stato Islamico rende di nuovo rispettabile la sorveglianza elettronica”. Senza contare gli altri side benefits, quelli già noti: armi, petrolio, potere. Delle side victims, al solito, chissenefrega.

 

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Soluzioni finali

http://ekbloggethi.blogspot.it/2014/09/un-giorno-un-ragazzo-un-altro-unorsa.html

Così saranno contenti, ora: il pericolo pubblico è stato eliminato, con tutti quanti i protocolli di ordinanza. Possono tornare a avere i loro boschi-zoo, i loro intelligentissimi fungaioli, i loro leghisti di merda, le loro mele del cazzo superstrombazzate e col bollino e le loro pecore-simbolo. Tutti dobbiamo essere brave pecorine d’allevamento, e all’orso o al lupo cattivo ci pensano loro. Solo loro hanno il diritto di sfruttarti e macellarti a loro piacimento.

Perché agiscono, loro, nella legalità.

Un giorno sparano a un ragazzo perché sta sopra un motorino che non si è fermato all’alt, e quindi è automaticamente passibile di esecuzione immediata, sul posto. Dopo l’esecuzione, eccoli tutti a difendere il loro sbirro, a dire che un bravo ragazzo non sta “in giro di notte”, a insultarlo, a dire che la vera vittima sarebbe il carabiniere.

Un altro giorno sparano l’anestetico a un’orsa, ammazzandola dopo battage pubblicitari, dopo lo gnagnagnà degli allevatori, dopo gli orrori degli stessi leghisti schifosi, dopo il furore delle amministrazioni trentine che prima mettono gli orsi nei boschi per farsi dire “bravi”, e poi li ammazzano spietatatamente se si azzardano a fare gli orsi.

Sembrano due cose differenti; non lo sono. Sono due cose della stessa risma. Sono due cose che hanno a che fare con lo stesso disprezzo della vita.

Sono due cose che hanno a che fare con le loro menzogne. “Nessuno vuole uccidere Daniza”, aveva “rassicurato” l’assessore trentino Dallapiccola. Già, nessuno voleva ucciderla; solo ammazzarla.

Sono due cose che hanno a che fare con le loro leggi, coi loro regolamenti, con i loro servi, con le loro guardie in divisa, coi loro fogli di carta da culo e con la loro sicurezza. Non importa se davanti ci sia il ragazzino Bifolco in motorino o l’orsa Daniza coi cuccioli. Bisogna spararli via.

Schiacciano gli orsi come schiacciano le persone. Giuseppe Uva? Sembrava un orso, magari hanno anestetizzato pure lui. Dicono che nelle catture, che sono sempre “collaudate”, esistono sempre dei margini di rischio; vale per l’orsa nel bosco, questo margine, come per il Magherini in Borgo San Frediano. L’importante è catturarti, metterti fuori gioco; e se poi crepi, diventi una statistica di quel margine. Ti spetta solo l’ultimo “grrrroarrrr” disperato, o l’ultimo grido di aiuto nella notte.

E, allora, bisogna dire come si chiamano.

Si chiamano, spero che sia chiaro a tutti, Istituzioni. Applicano la stessa barbarie agli esseri umani e agli animali. Nulla e nessuno si deve opporre al loro potere e alla loro economia.

Chissà se pure all’orsa Daniza hanno imposto l’alt. Chissà se sono inciampati.

(Rubato pari pari perchè non c’era altro da dire e nulla da togliere. Solo una cosetta da aggiungere da parte mia: vorrei poter prendere a calci in culo personalmente il brutto imbecille che ha causato tutto questo, quello che si era appostato dietro all’albero per guardare l’orsa, il testadicazzo che pensava di essere allo zoo. Ho giusto inaugurato la categoria “Idiocracy” in suo onore)
 

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Mork e Marrria

Questo qui è il più bel post che abbia letto circa la scomparsa di Robin Williams; parla di un’amica perduta, del Bronx, dello sradicamento, della necessità di pensare alla morte per vivere meglio, e finisce così:

Non so da dove tutto questo era partito, ma la morte di Robin Williams, il Mork buono che salutava con le dita allargate e di cui tutti parlavano a scuola, e che ci ha poi fatto ridere in mille altre occasioni mentre dentro di lui chissa quali demoni si agitavano, mi ha fatto male e mi ha messo tristezza e fatto pensare a tutte queste cose.

L’ha scritto Maria Rita D’Orsogna, che di solito si occupa – in modo mirabile – di tutt’altro (petrolio, fracking, sismica indotta, inquinamento, biodiversità etc) e che andrebbe moltiplicata e sparsa in tutto il mondo, tante Marie Rite come sassolini nelle scarpe di tutti i potenti di questa terra.

 
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Pubblicato da su 14 agosto 2014 in omaggi, segnalazioni

 

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Nanerottole

Pescato solo oggi sul sito della Loredana Lipperini, la risposta di Michela Murgia alle nanerottole che, stando sulle spalle delle gigantesse che in passato hanno spianato loro la strada, blaterano di non aver bisogno del femminismo.

Per quanto da qualche tempo si cerchi di trasformare il termine in un insulto persino in certi insospettabili ambienti della sinistra colta, dirsi femministe in questo paese resta una necessità civile ineludibile. Io non me ne vergogno e anzi tenderei a mettere a fuoco con più precisione quali sfumature dell’insulto vorrei interpretare meglio nella mia azione femminista, perché sono convinta che le specificazioni che usano per denigrare chi si espone a difesa della dignità e parità delle donne siano proprio quelle di cui le donne hanno maggiore necessità.

Se dunque potessi scegliere come essere insultata in merito, vorrei continuare a essere definita come sporca femminista. Non mi faccio illusioni: lottare contro le disuguaglianze di genere era e rimane un lavoro socialmente lurido, con altissimi costi di relazione. Nella sfera privata si perdono le amicizie di chi ritiene che le priorità siano altre, sempre altre; in quella pubblica si viene facilmente categorizzate come specialiste (e quindi come fanatiche) della polemica di genere; in quella personale si diventa molto reattive alla disuguaglianza, perché si finisce per sviluppare un’attenzione acuta verso tutti i segnali di sessismo che ci circondano e che la maggior parte delle persone, per cultura o pigrizia intellettuale, non riesce a vedere: dallo spot che equipara corpi e merci fino al linguaggio pubblico che anche in ambito istituzionale rifiuta ancora di declinarsi per rappresentare l’esistenza dell’altra metà del genere umano. Sporche femministe con fierezza, quindi, perché c’è un immenso bisogno di donne che vogliano accettare di essere chiamate così in nome del contatto con i peggiori aspetti della decomposizione sociale che stiamo vivendo.

Confesso che non vorrei rinunciare nemmeno alla specificazione di femminista arrabbiata, termine usato dai detrattori per sminuire la determinazione con cui è necessario che certe battaglie siano ancora portate avanti, fuori da ogni ipocrita trattativa al ribasso. La forza spesa nell’espressione di alcune posizioni è commisurata alla resistenza culturale, talvolta incolpevole ma spesso in malafede, che circonda le disuguaglianze strutturali contro le quali in questo paese è ancora necessario lottare. La docilità non è un attributo delle guerre e quella per la parità, non fosse altro che per il contrattacco che suscita, una guerra lo è a tutti gli effetti.

Se mi fosse dato di potermi tenere addosso un ultimo aggettivo insultante, direi che mantengo anche l’epiteto di vetero femminista, non perché mi piace guardare all’indietro, ma perché il passato del movimento delle donne rappresenta la ricchezza dalla quale tutte adesso possiamo permetterci di guardare avanti. Le lotte delle generazioni precedenti sono state tra i momenti più alti della vita civile di un paese, l’Italia, che non ne ha avuti poi così tanti altri ed è indubbio che molte di quelle battaglie non siano ancora compiute, o perché i risultati non sono stati raggiunti oppure perché oggi sono di nuovo in discussione. Il traguardo di poterci mettere la divisa nei corpi militari è ben poca cosa sul piano della parità rispetto al fatto che le donne che vogliono scegliere della propria maternità debbano scontrarsi con il 70% di obiettori negli ospedali, che quelle che lavorano prendano ancora mediamente meno dei colleghi di pari mansione, che vengano licenziate più facilmente, assunte più spesso con contratti a termine e dimissioni prefirmate per timore che restino incinte e che nei loro percorsi di affermazione professionale vengano comunque fermate prima di poter raggiungere ruoli apicali. Occorre essere molto “vetero” se si vuole essere “neo” femministe nel 2014, perché se cinquant’anni fa le nostre nonne sapevano che sarebbero esistiti solo i diritti per cui stavano lottando, oggi noi dobbiamo essere consapevoli che della loro eredità di conquiste continueranno a esistere solo quelle che rimarremo in grado di difendere.

Che ci insultino, dunque: non ce la prenderemo. Siamo tutte consapevoli che ogni volta che quelle parole ci vengono rivolte è perché perdiamo tempo a difendercene ciascuna per sè, dimenticando che le nostre battaglie sono più alte e appartengono a tutte.

 

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Spinelli e cannoni

Come coda velenosa delle recenti elezioni europee sta andando in onda una bagarre che sarebbe comica se non fosse tragica, che ha come protagonisti Barbara Spinelli e la lista Tsipras. Come è noto, la Spinelli ha detto che al seggio europeo non rinuncerà più, come aveva annunciato prima delle votazioni. A rimanere a becco asciutto è Marco Furfaro di Sinistra Ecologia e Libertà, che già si sentiva eurodeputato. Il coordinatore della campagna elettorale di Furfaro, tale Enrico Sitta,  sbrocca e scrive una lettera velenosa (e vergognosa), piena di insulti da bar e scritta in un italiano piuttosto approssimativo, da uno che manco si degna di rileggersi prima di pigiare il tasto Invio. Vale la pena leggersela tutta, ma la perla è questa:

Una persona misera Barbara Spinelli, una borghese piccola piccola, priva della facoltà politica e forse anche umana di intendere e di volere, in mano a dei mascalzoni che hanno sfruttato l’occasione per un unico scopo politico che andava delineandosi fin dall’inizio: fare fuori Sel. Per invidie, vecchi rancori, politicismi, opportunismi d’accatto.

Aaaaaah, uno che le canta chiare. Ora finalmente lo sappiamo: il vero e unico scopo di Alexis Tsipras nella sua avventura europea era quello di far fuori Sel!!! No perchè, se fosse sfuggito a qualcuno – e al Sitta è certamente sfuggito – a chiedere esplicitamente a Barbara Spinelli di tenersi il seggio al Parlamento Europeo è stato lo stesso Tsipras. («Pare che dietro la decisione ci siano forti pressioni dello stesso Alexis Tsipras, il leader greco della vincente Syriza che vorrebbe portare in Europa un nome di peso come quello dell’editorialista di Repubblica e proporla come vicepresidente del Parlamento») Quindi Sitta ha dato del mascalzone a colui in nome della cui lista lui stesso ha fatto campagna elettorale, ha dato del mascalzone all’unico che senza alcun dubbio ha tutti i diritti di esprimersi sulla scelta di chi mandare al Parlamento europeo in suo nome. Non è meraviglioso? non è da mondo alla rovescia? Orwell, anyone?

Che poi varrebbe anche la pena di chiedersi perchè Alexis Tsipras si è sentito in dire la sua su questa questione e di spingere la Spinelli a tenersi il seggio, togliendolo a Furfaro e lasciando quindi Sel senza rappresentanza in Europa. Perchè? Solo perchè la Spinelli è un “nome di peso”? O non è piuttosto perchè Sel si era messa di traverso nella questione dell’adesione dell’Altra Europa – la lista italiana affiliata a Tsipras – al gruppo parlamentare europeo di Tsipras stesso, la Gue/Ngl, preferendo mostrarsi possibilista nei confronti di un’adesione al Pse?

A fare resistenza all’adesione formale al gruppo della Sinistra Unita già nella fase elettorale, nonostante l’intenzione di farlo della gran parte dei candidati de L’Altra Europa, sarebbe stata soprattutto (ma non solo) Sinistra, Ecologia e Libertà. Il leader del partito, Nichi Vendola, a marzo ospite al congresso del Pse aveva dichiarato di considerare Schulz, che è uno degli avversari di Tsipras, “una delle personalità più importanti della scena politica europea” e di voler lavorare perché “la lista Tsipras possa dialogare e immaginare un profilo di alleanza con lui”.

Per dirla più chiaramente: l’intera campagna elettorale dell’Altra Europa con Tsipras ha ruotato attorno all’adesione degli eventuali eletti al gruppo europeo di Tsipras, la Gue/Ngl, ma la lista non ha potuto formalizzare l’adesione alla Gue/Ngl perchè Sel si è opposta, con la scusa di voler lasciare ai propri eletti “le mani libere”. Ovvero, si mettono sotto l’ombrello di Tsipras, ne sfruttano il nome, si prendono i seggi (nelle loro intenzioni) e poi vanno altrove. C’è così da meravigliarsi che Tsipras si sia incazzato e abbia detto la sua a riguardo? E infatti la Spinelli ha dichiarato «accet­terò l’elezione al Par­la­mento euro­peo, dove andrò nel gruppo Gue-Sinistra Euro­pea». Mi pare il minimo.

E questi farabutti, ora che gli è andato male il giochino all’italiana, hanno pure il coraggio di insultare la Spinelli e Alexis Tsipras stesso, che evidentemente non ha intenzione di farsi strumentalizzare come speravano loro. Ma che schifo di paese.

 

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Calpestati

Quel che hanno in testa questi signori, nell’interezza del loro agire politico e istituzionale, è la nostra totale distruzione. A tale cosa non va opposto più nessun vittimismo, nessuna vuota “lamentela” e neppure nessuna “denuncia”. Non c’è più niente da denunciare e le cose sono oramai chiarissime. Chi non le vede, è soltanto perché si rifiuta di vederle; e se si rifiuta di vederle, è a un brevissimo passo dall’essere loro complice. Passo che certa cosiddetta “sinistra”, peraltro, ha già compiuto da tempo.

Questo e molto altro in un post di quelli che le cantano chiare, da parte di uno dei pochissimi che ancora si ostinano a rimanere lucidi.

 

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Horror Zoo

Sti grandissimi figli di puttana l’hanno fatto di nuovo: questa volta hanno fatto fuori un’intera famiglia di leoni, due adulti e due cuccioli, per far posto a leoni nuovi. Possibile che nessuno sia in grado di fermare questi mostri? o almeno di metterli in gabbia, che loro sì sono belve, e pericolose.

Those f*ing bastards have done it again: this time they have killed an entire family of lions, to make room for a new one. Is it really possible that noone can stop them? or at least put them into cages, ‘cos they’re the real beasts, dangerous beasts.

 
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Pubblicato da su 25 marzo 2014 in abissi, animali, disgusto, ecologia, nuovo medioevo

 

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Ipse dixit

6/11/2012 – Radio 24: “Non farò il segretario del PD. Ci sono persone più brave di me per farlo, credo di essere il meno adatto. Non è nelle mie corde”

21/11/2012- Intervista a Vanity Fair: “Io non voglio un posto al sole e non voglio la mia fettina di potere”

20/05/2013 – Porta a Porta (Rai 1): Non faccio il segretario di partito per non entrare in collisione con Letta

21/06/2013 – intervista al Foglio: “Segretario PD? Lo vorrei fare perché ci tengo al PD”

7/07/2013 – intervista all’Unità: Non farò cadere Letta

23/09/2013 -Omnibus (La7): Non mi interessa fare il premier, voglio cambiare l’Italia. Ed è il PD lo strumento per cambiare l’Italia”

3/12/2013 – Porta a Porta (Rai 1): “Io a Palazzo Chigi? Se avessi voluto il governo non mi sarei candidato alla segreteria del PD

16/01/2014 – alla Direzione del PD: “Io a Palazzo Chigi? No, non voglio prendere il posto di Letta

23/01/2014 – al TG3: “Io a Palazzo Chigi? No faccio un altro mestiere”

30/01/2014- alla Telefonata di Bel Pietro: “Io a Palazzo Chigi? Non mi interessano le poltrone

3/02/2014- a Repubblica: “Io a Palazzo Chigi? No mi occupo di altro”

7/02/2014 – via Twitter: “Io a Palazzo Chigi? No, grazie, voglio passare dalle urne

10/02/2014 – Intervista ad Agorà: smentiva di essere interessato a prendere il posto di Letta: Io a Palazzo Chigi? E chi me lo fa fare?

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13/02/2014 – «Letta è stato sleale, mi aveva assicurato nel colloquio che si sarebbe dimesso, poi ha fatto il contrario»

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Pare incredibile, ma è così: ha avuto il coraggio di dare a Letta del bugiardo. Lui. Che Berlusconi in confronto era un dilettante assoluto.

Mi tocca autocitarmi. A fine novembre 2012 scrivevo:

Questo ha la faccia di uno che farebbe di tutto pur di raggiungere il suo obiettivo. Ha la faccia di uno a cui non affiderei 10€, figuriamoci la leadership della coalizione di centrosinistra, o – gli dei non vogliano – il destino del paese. Ha il tipico sorrisetto sprezzante e autocompiaciuto di chi pensa di essere l’unico furbo – e manco tenta di nasconderlo. E quei suoi sguardi di sbieco, che dedica imparzialmente ad avversari e alleati, mi fanno pensare al lavorio mentale che deve starci dietro, e che immagino si potrebbe riassumere cosi’.

Ecco, in effetti ha fatto davvero di tutto e il suo obiettivo l’ha raggiunto, sembra. E ora gongola:

Per me è un bel momento, ho senz’altro bisogno di auguri”.

Matteino, ti auguro davvero con tutto il cuore di raccogliere di quel che semini.

A noi non rimane che accomodarci in posizione e aspettare l’ombrello. Perchè non c’è alcun dubbio, l’ombrello arriverà.

 

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C’è del marcio in Danimarca

UPDATE 14/02/14: Non posso crederci, vogliono farlo un’altra volta.

Marius

Questo bel giraffino di 18 mesi di nome Marius è stato ucciso con un colpo di pistola alla testa nello zoo di Copenhagen. E mica da un pazzo che girava armato, no, dagli stessi gestori dello zoo. Perchè? Perchè era nato da una relazione tra consanguinei e pare che questo sia “vietato dalle regole degli zoo europei” (regole scritte da quale autorità?). Almeno un altro zoo – lo Yorkshire Wildlife Park – si era offerto di adottarlo, per sottrarlo alla morte. E si poteva anche considerare l’opzione della sterilizzazione: se proprio non si deve riprodurre, va bene, ma almeno lasciatelo vivere. E invece no: un colpo in testa e via. Perchè tanto accanimento? Non avevano proprio altra carne da dare in pasto ai leoni? Non contenti, ne hanno mostrato il corpo a una turba di fotografi e curiosi e pare che l’abbiano pure fatto a pezzi davanti al pubblico. E io che davo dei pazzi ai tedeschi.

 
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Pubblicato da su 9 febbraio 2014 in abissi, animali, disgusto, ecologia, nuovo medioevo

 

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Vampiri

super-ricchi-2

Alessandro Robecchi tira pietre ai super-ricchi (ma tanto stan troppo in alto e non li si becca) sul Fatto Quotidiano.

85 (ottantacinque). Non 85.000 (ottantacinquemila), né 8.500 (ottomilacinquecento), e nemmeno 850 (ottocentocinquanta), che già sarebbe spaventoso. No, no, proprio ottantacinque. Ottantacinque persone su questo affascinante e confortevole (per loro di sicuro) pianetino posseggono una ricchezza pari a quella di 3 miliardi e mezzo di persone, cioè lo 0-virgola-moltissimi-zeri-virgola-uno della popolazione ha un reddito pari a quello del cinquanta per cento più povero. La cifra, diffusa dall’Oxfam, è al di là di ogni immaginazione, provoca una specie di vertigine. In ogni paese del mondo c’è un grafico con due linee ben distinte: uno schizza verso l’alto, ed è la quota di ricchezza dei pochissimi supericchi, l’altra precipita verso il basso, ed è l’aumento della povertà dei moltissimi più poveri. Negli ultimi trent’anni la parte di ricchezza detenuta da pochi è aumentata ovunque e la quota di povertà distribuita tra gli altri è aumentata anche quella. Ovunque. La lotta di classe esiste, insomma, non si ferma un attimo, non dà tregua, e i miliardari hanno vinto quattro a zero, coppa, giro di campo e champagne negli spogliatoi. Come sia stato possibile non è un mistero. Lo smantellamento di qualunque ideologia dell’uguaglianza e la sua applicazione politica (da Reagan alla Thatcher, alle scuole economiche iperliberiste che tanto piacciono a destra, ma anche a sinistra), per dirne una. E poi il potere politico delle multinazionali, per dirne un’altra. Immaginate di essere voi, normali contribuenti, a poter dettare le regole allo Stato in cui operate: abbassami le tasse, abbassami il costo del lavoro, fammi una legislazione comoda, fai pagare la sanità, fai pagare la scuola… Ecco, comodo, no? Voi non potete, un grande marchio sì. Ma la discussione sulle cause (che sono numerose) non deve distrarre da una valutazione degli effetti: in molti casi siamo dalle parti dello schiavismo e in altre invece (i paesi industrializzati), alla proletarizzazione progressiva e costante del ceto medio. Insomma, anche nella ricchezza mondiale vince il bipolarismo, non più un mosaico di condizioni sociali, ma una marcia forzata e continua verso la polarizzazione: ricchi e poveri, e in mezzo poca roba. Tutto questo, si direbbe, rende un po’ ridicole alcune stupidaggini fondamentali che vengono ripetute da decenni. Una: quella che recita che se aumenta la ricchezza diminuisce la povertà. Il ricco darà da lavorare, si dice, e migliorerà le condizioni del poveri. Ecco. Cazzata, come ci dicono le cifre, dato che ovunque i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri e più numerosi. Altro mito di cartone da sfatare, il vecchio sogno delle simpatiche socialdemocrazie nordiche (che anche qui risuona, va di moda, insomma), cioè la famosa frase di Olof Palme, che diceva: “la sinistra non deve combattere la ricchezza ma deve combattere la povertà”. Bello, eh! Suona bene. Ottimo per l’aperitivo! Peccato che sia proprio la ricchezza di pochi a creare la povertà di molti. Tassare i supericchi e le megaimprese, costringerle a rispettare certi oneri sociali, a pagare le tasse, a pagare decentemente i lavoratori, a contribuire al progresso sociale dello Stato in cui operano cosa sarebbe se non “combattere la ricchezza?”. Non si fa, naturalmente, non è bello, non è conforme al pensiero unico che domina ovunque. In ogni angolo del mondo destre voracissime e sinistre pallidissime paiono unite nella lotta: tra i tre miliardi e mezzo ultimi e gli 85 che guidano la classifica, hanno scelto con chi stare.

I grassetti sono miei.

Mi vien da pensare una cosa. La psiche umana fa miracoli quando decide di nascondersi qualcosa, si sa. Ma è davvero possibile che queste 85 persone non sappiano da dove prendono le loro ricchezze, non sappiano che le sfilano letteralmente delle tasche dei più poveri? Perchè è di questo che si tratta: se da una parte si accrescono i conti in banca e dall’altra si accresce la povertà, significa che c’è un trasferimento – una trasfusione forzata, vampirica – dai tanti ai pochi. E’ proprio come se i Paperoni del mondo andassero in giro a borseggiare i poveracci per comprarsi il prossimo yacht. Siccome non credo possibile che non lo sappiano o non lo capiscano, non mi resta che un’ipotesi: non sono umani.

 

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