33 giorni, 30 anni

E’ tempo di anniversari, sembrerebbe.

La notte tra il 28 e il 29 settembre di trent’anni fa, ad un’ora rimasta imprecisata, moriva Albino Luciani, Giovanni Paolo I, dopo soli 33 giorni di pontificato. Il trentennale della  morte di colui che la chiesa si appresta a beatificare – c’e’ pure un miracolo – e’ passato quasi inosservato: qualche articolo, sembra che circoli ancora un certo imbarazzo nel parlarne, pochi quelli che ricordano i dubbi che gravano ancora sulle vere cause della sua morte. Ratzinger, nel ricordarlo,  prova a sterilizzare una delle affermazioni piu’ esplosive di papa Luciani («Dio è papà, più ancora è madre»), con l’unico effetto di far rimpiangere ancora di piu’ il suo predecessore.

Ho deciso di ricordare l’unico papa che mi sia mai piaciuto in un modo un po’ particolare: con un brano tratto da Habemus Papam di David Yallop, in cui l’autore esamina le prime azioni di Wojtyla all’inizio del suo pontificato, confrontandole con le decisioni che Luciani aveva preso sulle stesse questioni e che avrebbe certamente messo in atto se non fosse stato fermato prima.
Giusto per rimpiangerlo ancora un po’.

I primi passi

(…)

[Wojtyla] Seguì Luciani nel rifiutare la tradizionale e sfarzosa incoronazione, con piume di struzzo ondeggianti e la tiara papale ornata di smeraldi, rubini, zaffiri e diamanti. Un’altra delle tacite innovazioni di Albino Luciani – il rifiuto di utilizzare il plurale maiestatis – venne ben presto abbandonata. Le piccole cose e il silenzio erano state sopravanzate dalla pompa e dalla maestosità. La sua elezione, inevitabilmente, sollevò all’istante mille ipotesi su che genere di Papa sarebbe stato. Wojtyla avrebbe raccolto la sfida postuma di Luciani e portato a compimento le riforme?

(…)

Ratzinger affermò che la morte prematura di Luciani creava le condizioni per “poter fare qualcosa di nuovo”.

(…)

Oltre a questi, iniziavano a delinearsi altri aspetti della fisionomia che avrebbe assunto il suo pontificato. Inizialmente i segnali pubblici erano pochi e distanziati nel tempo. Voleva che i preti, le suore e gli altri religiosi vestissero sempre il loro abito. “Ricorda loro la vocazione”. Wojtyla aveva sempre portato la croce e il colletto bianco, anche durante le vacanze in cui andava a sciare. In privato, attraverso una serie di decisioni e atteggiamenti duri e prolungati, dimostrò al Cardinale Villot quale genere di Papa sarebbe stato. Il primo tema era il concetto democratico di condivisione del potere e del processo decisionale, ciò che la Chiesa cattolica, in particolare a partire dal Concilio Vaticano II, definiva collegialità. Villot, che era stato riconfermato Segretario di Stato, parlò con Wojtyla delle sue idee sul Sinodo dei vescovi. Questa umile creazione di Paolo VI aveva rappresentato un piccolo passo nella direzione desiderata dalla maggioranza durante gli incontri del Concilio. Non concedeva potere effettivo ai vescovi, ma almeno attribuiva loro un ruolo consultivo. Poiché il Sinodo si riuniva in media soltanto una volta ogni tre anni e gli argomenti dibattuti – in genere uno o due a sessione – erano scelti dal Papa, quest’organismo era in realtà solo uno strumento attraverso cui Paolo VI si assicurava che il potere restasse nelle sue mani.
Villot voleva sapere se Wojtyla fosse intenzionato a concedere ai vescovi della Chiesa la libertà di istituire un organo permanente che lavorasse all’unisono col Papa, più o meno come un governo o un’amministrazione – almeno in teoria – lavora all’unisono col Primo Ministro o col Presidente. Il Papa rifiutò l’idea. ”ll Papa resterà il supremo e unico legislatore, insieme al Concilio Ecumenico”, dichiarò. Naturalmente quest’ultimo, la grande assemblea dei vescovi, non poteva essere convocato senza il consenso del Papa. Giovanni Paolo II assicuro a Villot che li avrebbe consultati più spesso del suo predecessore Paolo VI, ma ”non c’è bisogno di rendere obbligatorio il consulto”.
Wojtyla era quasi sempre vissuto in un qualche tipo di regime totalitario. Ora manifestava l’intenzione di continuare su quella linea, divenendo egli stesso autocrate. Villot discusse con lui i cambiamenti che l’ultimo Papa, Giovanni Paolo I, stava per attuare al momento della sua morte improvvisa.
Tra gli incontri che Albino Luciani aveva desiderato con forza, vi era quello con il Select Committee on Population (Comitato Scelto per la Popolazione) statunitense. Luciani era fermamente convinto che ai fedeli cattolici dovesse essere permessa qualche forma di contraccezione artificiale. Il suo incontro col comitato era in programma il 24 ottobre, ma prima di quella data lui era già morto e sepolto. Tutti i dati relativi all’udienza con una delegazione statunitense sul problema delle nascite vennero mantenuti accuratamente segreti sia dal Vaticano sia dal Dipartimento di Stato. Se ne fosse stata data notizia pubblicamente, un simile incontro, proprio all’inizio del pontificato, sarebbe stato a ragione considerato altamente significativo. L’opinione pubblica mondiale gli avrebbe attribuito una rilevanza ancora maggiore se si fosse venuto a sapere che, per via di questo impegno, Papa Giovanni Paolo I non avrebbe partecipato alla Conferenza di Puebla in Messico. Tale conferenza doveva essere il seguito di un’altro importantissimo appuntamento che si era tenuto a Medellin, in Colombia, nel 1968. Qui, i cardinali, i vescovi e i sacerdoti dell’America Latina avevano instillato nuova linfa nella Chiesa cattolica del continente sudamericano: nel “manifesto di Medellin” avevano dichiarato, infatti, che l’obiettivo centrale della Chiesa del futuro sarebbe stato di rivolgersi e relazionarsi coi poveri, gli emarginati e i derelitti. Si trattava di un cambiamento rivoluzionario in una Chiesa che in precedenza era stata identificata con la ricchezza e il potere. La ”Teologia della Liberazione” che scaturì da Medellin fu un chiaro avvertimento per le giunte militari e per regimi oppressivi sudamericani che la Chiesa voleva lavorare per porre fine allo sfruttamento economico e all’ingiustizia sociale.
Inevitabilmente, le resistenze a questa filosofia liberale non vennero soltanto dai regimi che si sentivano minacciati, ma anche dalla fazione reazionaria all’interno della Chiesa stessa. L’incontro di Puebla, un decennio più tardi, si preannunciava decisivo. La Chiesa avrebbe proseguito sul sentiero liberale o si sarebbe ritirata nella vecchia posizione di sostegno al potere consolidato? Per Giovanni Paolo I declinare l’invito a partecipare alla conferenza sottolineava l’importanza che egli attribuiva all’incontro col comitato Usa.
Wojtyla disse al suo Segretario di Stato di non riconvocare l’incontro col comitato. Non si sarebbe svolto quell’anno, né il successivo, né mai. Il suo rifiuto al dialogo era del tutto prevedibile: il suo comitato di Cracovia si era vantato di aver elaborato almeno il 60% del testo di Humamae Vitae, che proibiva il controllo artificiale delle nascite. ”Roma ha parlato. Il caso è chiuso”. Alcune delle sue altre risposte ai cambiamenti proposti da Luciani, riforme che dovevano divenire realtà nel giro di ore, erano meno prevedibili. Il problema del posto vacante in Irlanda fu uno dei tanti che rivelarono le reali differenze tra i due Papi.
L’atteggiamento della Chiesa verso l’IRA era da molto tempo un argomento assai controverso. Molti pensavano che la Chiesa cattolica fosse stata troppo poco esplicita nel condannare la carneficina continua in Irlanda del Nord. Poche settimane prima dell’elezione di Luciani, l’Arcivescovo O’Fiaich aveva fatto notizia denunciando le condizioni di vita nella prigione di Maze (Long Kesh). O’Fiaich l’aveva visitata parlando poi del suo “shock per il tanfo e la sporcizia di alcune delle celle, con resti di cibo in decomposizione ed escrementi umani che imbrattavano le pareti”.
In quel periodo, l’Irlanda era senza un cardinale, cosa che fu fonte di grandi pressioni su Luciani. Alcuni erano a favore della promozione di O’Fiaich; altri pensavano che la sua precedente promozione all’arcidiocesi di Armagh si fosse rivelata un disastro su tutta la linea.
Albino Luciani aveva esaminato il dossier su O’Fiaich e i documenti sull’Irlanda. Era perfettamente consapevole che l’ideologia repubblicana non riguardava solo i laici: in Vaticano alcuni sacerdoti erano repubblicani indefessi come uno dei segretari che egli aveva ereditato da Paolo VI, padre Magee. Magee era l’emissario del Papa entrato a Long Kesh nel vano tentativo di convincere Bobby Sands a interrompere lo sciopero della fame.
I documenti del Vaticano rivelarono uno straordinario quadro di collusioni tra i sacerdoti cattolici e l’IRA: rifugi, supporto logistico, alibi. La relazione più sconvolgente riguardava l’assistenza che padre James Chesney aveva fornito al gruppo di terroristi dell’IRA responsabile degli attentati di Claudy nel 1972. Nove civili erano stati uccisi e il coinvolgimento di padre Chesney era stato coperto dall’alleanza profana tra il Cardinale William Conway all’epoca Primate di tutta l’Irlanda, e l’allora Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord, William Whitelaw. Un esempio anglo-irlandese di Realpolitik. C’erano anche altri esempi raccapriccianti del coinvolgimento di preti cattolici negli attentati dell’IRA. Ora si chiedeva a Luciani di approvare tutto ciò con la promozione dell’Arcivescovo O’Fiaich.
Egli restituì i dossier al Segretario di Stato, scuotendo la testa e chiosando un epitaffio di una sola riga: “Penso che l’Irlanda meriti qualcosa di meglio”. La ricerca di un cardinale fu ampliata e proseguì fino alla morte di Papa Luciani. Wojtyla lesse gli stessi documenti e assegno immediatamente l’incarico a O’Fiaich.
Poi c’era il Cardinale Cody di Chicago, notoriamente corrotto. Paolo VI era stato riluttante a ordinargli di dimettersi, limitandosi a chiedere, attraverso i suoi intermediari, che Cody si facesse da parte. Il Cardinale si era rifiutato ed era rimasto provocatoriamente in carica. Albino Luciani esaminò il suo dossier, nel quale vi erano informazioni sull’uso improprio che Cody, prima di arrivare a Chicago, aveva fatto dei fondi della Chiesa. Nel giugno 1970, mentre era tesoriere della Chiesa americana, investì illegalmente due milioni di dollari in azioni della Penn Central. Pochi giorni dopo, il prezzo delle azioni crollò e la società andò in bancarotta. Il Cardinale sopravvisse a quello scandalo e iniziò ad alienare gran parte dei beni della diocesi di Chicago, che contava 2,4 milioni di persone. Sacerdoti che considerava “prelati problematici”, uomini alcolizzati, anziani o semplicemente incapaci di cavarsela da soli venivano liquidati con un preavviso di due settimane e gettati in strada. Chiuse le scuole per i neri, sostenendo che la diocesi non poteva affrontarne i costi di gestione, anche se incassava 300 milioni di dollari all’anno. Era stravagante, bugiardo patologico e paranoico. Mescolava fondi che secondo la legge non aveva il diritto di toccare con altri che erano legalmente sotto il suo controllo. Copriva di regali un’amica intima: pare che abbia dato a questa donna centinaia di migliaia di dollari, destinando altre grandi somme al figlio tramite le assicurazioni della diocesi.
Nel dossier c’era molto altro e Luciani stabilì che il Cardinale Cody doveva andarsene. Gli sarebbe stata concessa l’opportunità di uscire di scena con decoro. Aveva 75 anni ed era in cattiva salute: un motivo eccellente per ritirarsi. Se Cody avesse rifiutato anche questa volta di farsi da parte, sarebbe stato nominato un coadiutore. Sarebbe stato introdotto un altro vescovo che avrebbe preso il potere effettivo e gestito la diocesi. Cody non sarebbe stato interpellato. Ma ancora una volta, prima che la risoluzione potesse essere attuata, Luciani era morto.
Mentre il nuovo Papa esaminava il dossier Cody quest’ultimo naturalmente venne a saperlo. Egli ricordò al Papa le enormi somme di denaro raccolte per i suoi elettori polacchi a Chicago, poi alzò la posta promettendo un altro ingentissimo contributo “per la madrepatria”. Ricordò a tutti la sua stretta amicizia con Wojtyla. Ignorando i suggerimenti di tutti i consiglieri e ciò che era documentato per iscritto, Wojtyla palesò una debolezza sconcertante: offrì a Cody un incarico a Roma. Cody lo rifiutò. Il caso era chiuso. Non ci sarebbe stata alcuna azione contro il Cardinale: questi sarebbe rimasto al suo posto a Chicago.
Avendo scoperto che il Vaticano sembrava zeppo di massoni, Luciani si era mosso anche in quel campo. La massoneria era stata rigidamente proibita da molti Papi e già da molti secoli. A Luciani fu consegnata una lista segreta di 121 presunti massoni, molti dei quali lavoravano a stretto contatto con lui in Vaticano. Egli aveva evidentemente iniziato ad affrontare il problema. Nel suo incontro con Villot, il 28 settembre, aveva informato il Segretario di Stato di vari cambiamenti e trasferimenti, ognuno dei quali comportava l’allontanamento di un individuo che figurava nella lista dei massoni del Vaticano. Wojtyla riconfermò tutti questi uomini nelle loro posizioni.

Nessun cambiamento alla Banca Vaticana

I cambiamenti e le riforme che Papa Luciani aveva discusso col Cardinale ]ean Villot – in quello che poi si rivelò essere l’ultimo giorno della sua vita – comprendevano la pulizia delle Stalle d’Augia della Banca Vaticana. Durante la dirigenza dell’Arcivescovo Paul Marcinkus, la Banca aveva partecipato a una serie di transazioni corrotte e criminali, in particolare con Sindona e Calvi. Ora, dopo aver regnato incontrastato dal 1969, Marcinkus sarebbe stato rispedito al mittente, a Chicago e sarebbero stati cacciati anche i suoi complici Luigi Mennini, Monsignor Donato de Borus e Pellegrino de Strobel, tutti alti funzionari della Banca che avrebbero lasciato immediatamente i loro incarichi.
Giovanni Paolo I informò Villot che Marcinkus doveva essere sostituito dall’esperto e onesto Monsignor Giovanni Angelo Abbo, Segretario della Prefettura per gli Affari Economici della Santa Sede.
Poche ore dopo aver dato al Segretario di Stato queste e altre istruzioni relative alle riforme immediate, il Papa morì.
Tutti i documenti, compreso quello del Cardinale Vagnozzi sulla Banca Vaticana, erano a disposizione di Karol Wojtyla. Questi fu informato dal suo Segretario di Stato, il Cardinale ]ean Villot, dei cambiamenti che Luciani stava per effettuare, respinse ogni singola sostituzione e riconfermò tutti gli uomini della Banca Vaticana nelle loro posizioni.

(…)

3 thoughts on “33 giorni, 30 anni”

  1. penso proprio che la gente dovrebbe prendere coscienza che esistono sempre verità nascoste.la chiesa da millenni esercita poteri occulti, l’eccessiva ricchezza che piove dal “cielo”viene usata sistematicamente per corrompere, deviare,investire in affari loschi.insomma la forma più alta di tradimento verso tutti i credenti che la riconscono come sommo pensiero.povero papa Luciani,che se non fosse morto assassinato non so quali sofferenze avrebbe incontrato.i veri maledetti sono loro,a noi non rimane che sapere…….

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