Nanerottole

Pescato solo oggi sul sito della Loredana Lipperini, la risposta di Michela Murgia alle nanerottole che, stando sulle spalle delle gigantesse che in passato hanno spianato loro la strada, blaterano di non aver bisogno del femminismo.

Per quanto da qualche tempo si cerchi di trasformare il termine in un insulto persino in certi insospettabili ambienti della sinistra colta, dirsi femministe in questo paese resta una necessità civile ineludibile. Io non me ne vergogno e anzi tenderei a mettere a fuoco con più precisione quali sfumature dell’insulto vorrei interpretare meglio nella mia azione femminista, perché sono convinta che le specificazioni che usano per denigrare chi si espone a difesa della dignità e parità delle donne siano proprio quelle di cui le donne hanno maggiore necessità.

Se dunque potessi scegliere come essere insultata in merito, vorrei continuare a essere definita come sporca femminista. Non mi faccio illusioni: lottare contro le disuguaglianze di genere era e rimane un lavoro socialmente lurido, con altissimi costi di relazione. Nella sfera privata si perdono le amicizie di chi ritiene che le priorità siano altre, sempre altre; in quella pubblica si viene facilmente categorizzate come specialiste (e quindi come fanatiche) della polemica di genere; in quella personale si diventa molto reattive alla disuguaglianza, perché si finisce per sviluppare un’attenzione acuta verso tutti i segnali di sessismo che ci circondano e che la maggior parte delle persone, per cultura o pigrizia intellettuale, non riesce a vedere: dallo spot che equipara corpi e merci fino al linguaggio pubblico che anche in ambito istituzionale rifiuta ancora di declinarsi per rappresentare l’esistenza dell’altra metà del genere umano. Sporche femministe con fierezza, quindi, perché c’è un immenso bisogno di donne che vogliano accettare di essere chiamate così in nome del contatto con i peggiori aspetti della decomposizione sociale che stiamo vivendo.

Confesso che non vorrei rinunciare nemmeno alla specificazione di femminista arrabbiata, termine usato dai detrattori per sminuire la determinazione con cui è necessario che certe battaglie siano ancora portate avanti, fuori da ogni ipocrita trattativa al ribasso. La forza spesa nell’espressione di alcune posizioni è commisurata alla resistenza culturale, talvolta incolpevole ma spesso in malafede, che circonda le disuguaglianze strutturali contro le quali in questo paese è ancora necessario lottare. La docilità non è un attributo delle guerre e quella per la parità, non fosse altro che per il contrattacco che suscita, una guerra lo è a tutti gli effetti.

Se mi fosse dato di potermi tenere addosso un ultimo aggettivo insultante, direi che mantengo anche l’epiteto di vetero femminista, non perché mi piace guardare all’indietro, ma perché il passato del movimento delle donne rappresenta la ricchezza dalla quale tutte adesso possiamo permetterci di guardare avanti. Le lotte delle generazioni precedenti sono state tra i momenti più alti della vita civile di un paese, l’Italia, che non ne ha avuti poi così tanti altri ed è indubbio che molte di quelle battaglie non siano ancora compiute, o perché i risultati non sono stati raggiunti oppure perché oggi sono di nuovo in discussione. Il traguardo di poterci mettere la divisa nei corpi militari è ben poca cosa sul piano della parità rispetto al fatto che le donne che vogliono scegliere della propria maternità debbano scontrarsi con il 70% di obiettori negli ospedali, che quelle che lavorano prendano ancora mediamente meno dei colleghi di pari mansione, che vengano licenziate più facilmente, assunte più spesso con contratti a termine e dimissioni prefirmate per timore che restino incinte e che nei loro percorsi di affermazione professionale vengano comunque fermate prima di poter raggiungere ruoli apicali. Occorre essere molto “vetero” se si vuole essere “neo” femministe nel 2014, perché se cinquant’anni fa le nostre nonne sapevano che sarebbero esistiti solo i diritti per cui stavano lottando, oggi noi dobbiamo essere consapevoli che della loro eredità di conquiste continueranno a esistere solo quelle che rimarremo in grado di difendere.

Che ci insultino, dunque: non ce la prenderemo. Siamo tutte consapevoli che ogni volta che quelle parole ci vengono rivolte è perché perdiamo tempo a difendercene ciascuna per sè, dimenticando che le nostre battaglie sono più alte e appartengono a tutte.

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