Catastrofi innaturali

La lapide voluta da Luigino Paiola

Cinquant’anni dal disastro del Vajont. Cinquant’anni di ipotesi, accuse, processi, insabbiamenti e ora, a distanza di sicurezza, emerge un ultimo scenario possibile, ben più agghiacciante del semplice “lo sapevano benissimo” (che è ormai assodato da un bel pezzo): è lo scenario del “sono stati loro”.

A pochi giorni dal 50esimo anniversario della tragedia, la Procura di Belluno apre un’indagine preliminare su una lettera che potrebbe riscrivere la storia dell’immane disastro, costato la vita a oltre 1.900 persone.

Il disastro del Vajont, che il 9 ottobre 1963 causò la morte di 1913 persone, non fu una tragica fatalità e nemmeno il frutto di mancati controlli o errori di progettazione; bensì una “frana pilotata”. A pochi giorni dal cinquantesimo anniversario dell’immane tragedia, un’inquietante ipotesi si propone di riscrivere la storia di quanto accadde. Sulla gigantesca pioggia di acqua, fango e detriti che spazzò via il comune di Longarone è stata infatti aperta una nuova indagine preliminare, basata su una lettera che avvalorerebbe la tesi alternativa. Nella missiva, pubblicata su Il Gazzettino, la figlia del notaio Isidoro Chiarelli, morto 9 anni fa, riferisce di un dialogo avvenuto nello studio notarile tra dirigenti della Sade in cui si parlava di pilotare il 9 ottobre del ’63 il distacco della frana dal monte Toc facendola cadere nell’invaso senza bisogno di avvertire la popolazione.

Ci si può fare un’idea di cosa successe il 9 ottobre 1963 attraverso il racconto di Marco Paolini, in due parti, parte 1 e parte 2. Tanto per capire cosa possa significare questa nuova ipotesi per i sopravvissuti e i familiari delle vittime. Questo frammento dal film “Vajont” di R. Martinelli ricostruisce gli ultimi minuti dei paesi distrutti. Ma la rete è piena di testimonianze, immagini, video. Si trovano cose come questa: l’Enel che manda la Guardia di Finanza a riscuotere da una vittima dell’alluvione… O i racconti dei superstiti e dei soccorritori, che a distanza di 50 anni sono ancora sotto shock per ciò che videro. Molto belle queste tre brevi interviste apparse su Youreporter: uno, due e tre.

Molto lontano dal Vajont, la situazione a Fukushima pare davvero fuori controllo, al punto che il premier giapponese ha chiesto aiuto al resto del mondo. No, dico: il Giappone che chiede aiuto. Orgogliosi come sono, devono essere davvero disperati. Il che significa che la situazione a Fukushima è probabilmente ancora peggio dei peggiori scenari proposti.

Keigo e AtomMa nel bel mezzo della zona rossa c’è Keigo Sakamoto. Si è rifiutato di lasciare la zona evacuata e ha raccolto quanti più cani, gatti e altri animali poteva. Non se ne parla spesso, ma migliaia e migliaia di animali sono stati abbandonati a loro stessi quando la gente è fuggita. Sakamoto ha fatto del salvataggio degli animali abbandonati la sua missione di vita; a rischio della propria, naturalmente.

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Certo che l’umanità è una cosa strana. Chi per sete di guadagni mette in gioco le vite di migliaia di esseri umani, come fecero i responsabili del disastro del Vajont; e chi per salvare la vita degli animali, mette in gioco la propria, come ha fatto e continua a fare questo omino giapponese di 58 anni. E il problema, alla fine, è che di Keigo Sakamoto ce ne sono troppo pochi, mentre di stronzi, ovunque giri lo sguardo, ne trovi quanti ne vuoi.

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