Axiomatic

«Sai cos’e’ il gioco d’azzardo? Il gioco e’ una sorta di tassa: una tassa sulla stupidita’. Una tassa sull’avidita’. Una certa somma di denaro cambia di mano a caso, ma il guadagno va sempre da una parte sola: al governo, al padrone del casino’, agli allibratori, alla mafia. E se mai tu dovessi vincere, sappi che non hai tolto nulla a loro. Continueranno ad avere la loro parte. Avrai vinto solo contro dei poveri perdenti, nient’altro.»

(Greg Egan, Eugene, 1990 – In Axiomatic, Urania n° 1470)

A questo stringato (e assiomatico, appunto) commento sulla febbre da jackpot vorrei aggiungere qualche considerazione.

Chi riversa cosi’ tanti soldi nelle casse dello Stato e’ per lo piu’ quella fetta di popolazione che ha meno, quella che oscilla sulla soglia della poverta’ o che gode di uno stringato benessere messo sempre piu’ in pericolo dall’andamento dell’economia. Per lo Stato e’ un’entrata sicura e molto consistente, una tassa regressiva (ovvero una tassa che va a colpire di piu’ chi ha meno) che non ha nemmeno bisogno di imporre, perche’ basta sventolare davanti al naso della popolazione la prospettiva di una vincita stratosferica, di quelle che cambiano la vita. E se anche le probabilita’ di vincere sono letteralmente infinitesime (1:600000000), questo non sembra frenare chi gioca.

Tutto questo si sa. Ma c’e’ un’altra cosa che a me disturba, ed e’ l’implicita “dichiarazione d’intenti” di chi tenta la fortuna in questo modo. Il sogno e’ ovvio: diventare ricchi, darsi alla bella vita, potersi permettere beni di lusso, case splendide, auto costose e via dicendo. O anche solo – se chi sogna sogna in scala ridotta – stare un po’ meglio, avere un po’ piu’ soldi e magari poter comprare quel telefonino cosi’ carino. Sono i sogni del consumatore ideale, ben addestrato, che sbava a comando quando sente la campanella. Sono i sogni di chi non ci pensa nemmeno a rimettere in discussione il proprio stile di vita, di chi, se vede contrarre la propria disponibilita’ economica, e magari deve rinunciare a cambiare l’auto o a comprarsi la tv al plasma, non  si ferma nemmeno un attimo a pensare se ha davvero bisogno di tutti quei gingilli, li vuole e basta, e  allora si affretta alla ricevitoria piu’ vicina.
A giudicare dai numeri della recente ondata di follia da gioco, si tratta di una fetta consistente della popolazione. Come reagira’ questa gente a una crisi vera?

5 thoughts on “Axiomatic”

  1. Argomento dei più interessanti, il gioco d’azzardo. Un paio di settimane fa Radiopop ne ha parlato citando dati impressionanti: a Milano ci sono più luoghi di scommessa (lotto, cavalli etc) che uffici postali, cose così. Ma fenomeno non così recente, già in corso da qualche anno.
    Tra lo scommettere in Borsa e giocare d’azzardo, non so, io ci vedo una certa continuità logica. Una logica fatta di “io credo di essere più furbo e di cavarmela a prescindere dalla crisi”.
    Sulla tua domanda, che credo retorica: la gente farà quel che ha già bellamente iniziato a fare, ovvero rifarsi con i più deboli (colpevoli, in qualche modo). Ciao.

  2. Bello il parallelo, in effetti anche chi scommette in borsa quando guadagna lo fa a spese di altri come lui. Ma nel gioco d’azzardo ci vedo meno la componente “io sono furbo” e piu’ quella “io speriamo che me la cavo” dal sapore infantile e superstizioso.

    Purtroppo mi sono persa la trasmissione di radiopop in cui se ne parlava. Il gioco d’azzardo c’e’ sempre stato, si, e si rafforza proprio nei periodi di crisi. A proposito di paralleli, non ci vedo tanta differenza tra chi quando se la vede brutta si rivolge alla fede e chi scaramanticamente decide di gettare una moneta nella fontana del superenalotto.

  3. Mah, io continuo comunque a coltivare una debole speranza nel ritorno a una certa solidarieta’ e senso civico, causato proprio dalla crisi. Capita, a volte.
    Ma molto, troppo dipende dai media e da come gestirebbero l’informazione. Insomma, e’ un enigma.

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