Incubi letterari

Mi pare di averlo gia’ detto, io non credo al caso.
Oggi, dopo pranzo, ho cominciato a leggere Il campo del vasaio, l’ultimo romanzo di Andrea Camilleri (comprato gia’ da un po’, ma lasciato stranamente ad aspettare su una mensola). Inizia cosi’:

L’arrisbigliò una tuppiata forte e insistente alla porta di casa, tuppiavano alla dispirata, con le mano e con i pedi, ma curiosamente non sonavano il campanello.
(…)
«Vengo! Vengo!» gridò.
Siccome che dormiva nudo, circò qualichi cosa per cummigliarsi, ma sottomano non trovò nenti. Era sicuro d’aviri lassato i cazùna supra la seggia ai pedi del letto. Forse erano sciddricati ‘n terra. Ma non potiva perdiri tempo a circarli. Annò all’ingresso.
«Chi e’?» spiò senza raprire la porta.
«Bonetti-Alderighi. Apra, presto!»
Strammò. Completamenti. Intordunì. Il questore?! E che minchia stava capitanno? Opuro era uno sgherzo cretino?
«Un attimo».
Currì a pigliare la pila che teneva nel cascione del tavolino della càmmara di mangiari, l’addrumò e raprì. Ristò ‘ngiarmato a taliare il questore completamente assammarato dall’acqua di cielo. Portava un cappiddrazzo nìvuro e un impermeabile con la manica mancina strazzata.
«Mi lasci passare».
Montalbano si scostò e quello trasì. Il commissario lo seguì automatico, tipo sonnambulo, scordannosi di richiudere la porta che si mise a sbattiri per il vento. arrivato a tiro della prima seggia che trovò, Bonetti-Alderighi piuù che assittarisi ci crollò supra. Sutta all’occhi esterrefatti di Montalbano, si pigliò la facci tra le mano e si misi a chiangiri.
Le dimanne dintra alla testa del commissario acquistarono una accelerazione da decollo d’aeroplano, comparivano e scomparivano, nascivano e morivano a una velocità tali che gli impediva di agguantarne almeno una pricisa e chiara. Non arrinisciva manco a raprire la vucca.
«Mi può nascondere a casa sua?» spiò ansioso il questore.
Nascondere? E pirchì il questore aviva necessità d’ammucciarisi? Si voliva dari latitante? Che aviva fatto? Chi lo circava?
«Non… non capisco che…».
Bonetti-Alderighi lo taliò ‘mparpagliato.
«Ma come, Montalbano, non sa niente?».
«No».
«La mafia stanotte ha preso il potere!».
«Ma che dice?!».
«E come voleva che andasse a finire nel nostro sventurato paese? Una leggina oggi, una leggina domani, e siamo arrivati a questo punto. Mi dà per favore un bicchiere d’acqua?».
«Su… subito».
Si fici immediato concetto che il questore non ci stava con la testa. Capace che aviva avuto un incidente di machina e ora lo scanto lo faciva parlari ammuzzu. La meglio era fari una telefonata in questura. O forse chiamare subito un medico. Ma abbisognava intanto non mettire in sospetto quel povirazzo. Percio’, per il momento, Bonetti-Alderighi annava assecondato.
Si spostò in cucina, premette istintivamente l’interruttore e la luci s’addrumò. Inchì un bicchiere, tornò narrè e sulla porta si bloccò, apparalizzato. Una statua, di quelle che usano ora, che si potiva chiamare «Uomo nudo con bicchiere in mano».
La càmmara era illuminata, ma Bonetti-Alderighi non c’era cchiù, al posto sò c’era assittato un omo curto e tracagno, con una coppola in testa, che riconobbe subito. Totò Riina! Era stato liberato dal càrzaro! Allora il questore non era nisciuto pazzo, quello che gli aviva ditto era la pura e semprici virità!
«Bonasira» disse Riina. «Mi perdonasse l’ora e il momento, ma ho picca tempo e fora c’è un elicottero che m’aspetta per portarmi a Roma a formare il governo. Qualichi nome ce l’ho già: Bernardo Provenzano vicepresidente, uno dei fratelli Caruana agli esteri, Leoluca Bagarella alla Difesa… Ma io vengo a lei per una domanda e lei, commissario Montalbano, deve dirmi subito o di sì o di no. Vuole essiri ‘u me ministro dell’Interno?».
Ma prima che Montalbano potissi arrispunniri, dintra alla càmmara comparse Catarella. Doviva essiri trasuto dalla porta ristata aperta. Tiniva il revorbaro in mano, lo puntò verso il commissario. Grosse lacrime gli vagnavano la facci.
«Si vossia dottori ci dici di sì a quisto sdilinquenti io l’ammazzo di pirsona pirsonalmenti!»
Però, parlanno, si era distratto. Accussì Riina, cchiù lesto di una serpi, scocciò il revorbaro sò e sparò.
(…)

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