Sono ancora lì

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Ho finito pochi giorni fa un libro di Andrea Camilleri appena uscito, Voi non sapete, sottotitolo: Gli amici, i nemici, la mafia, il mondo nei pizzini di Bernardo Provenzano. Utilizzando la forma del dizionario, attraverso l’analisi di termini che compaiono nei famosi pizzini (o che, significativamente, non vi compaiono mai, come la parola mafia) Camilleri parla di “Binnu”, della mafia, della Sicilia e dei siciliani, del periodo stragista, della successiva “sommersione” voluta da Provenzano – che da sanguinario killer si riciclo’ in “pacifista” – e via dicendo. Per chi come me guarda a queste cose come ai costumi poco comprensibili di un paese remoto si tratta di una lettura molto interessante. C’e’ ad esempio la questione della fedelta’ coniugale dei mafiosi:

Il non tradire la moglie, comandamento rispettato e fatto rispettare dalla mafia, non e’ un’esigenza morale come i mafiosi vorrebbero far credere, ma una precauzione elementare. Una moglie tradita puo’ essere indotta a vendicarsi spifferando tutto quello che sa.

O quella dei preti intelligenti:

(…) quella categoria di sacerdoti che i mafiosi chiamano intelligenti, vale a dire che comprendono le ragioni della mafia, sostengono che il peccato di mafia non esiste e quindi sono capaci di assolvere un mafioso dopo la confessione di una decina di omicidi dandogli per penitenza cinque avemarie e tre paternoster.

C’e’, alla voce Immersione, la spiegazione della strategia voluta da Provenzano dopo il periodo “militare” di Riina, quello delle stragi: complici i media che facevano da cassa di risonanza per il malcontento di tutto il paese, Sicilia compresa, si profilava il grosso rischio che venisse a mancare cio’ di cui la mafia non puo’ fare assolutamente a meno, il sostegno popolare. Cosi’ Binnu, dopo aver attivamente partecipato alle ammazzatine del periodo Riina, cambia faccia, cambia immagine, si rifa’ una verginita’ e assume il ruolo del capo “buono” e “giusto”, quello che approva un omicidio solo se non c’e’ alcun’altra strada praticabile, e naturalmente chiedendo perdono alla Madonna.

Al di la’ delle curiosita’ quasi folkloristiche sparse qua e la’ nel testo, questo libro puo’ rivelarsi utile per capire meglio certi fatti di cronaca che di solito passano inosservati o risultano poco comprensibili per noi “continentali”.

Come ad esempio quello che e’ successo di recente a Caltanissetta.
La sede locale di Confindustria si e’ distinta per l’impegno contro la mafia, arrivando a stabilire l’espulsione per quei membri che pagano il pizzo e non denunciano l’estorsione. Inoltre sempre dalla Confindustria nissena e’ partito un esposto alla Procura cittadina, per far luce su un intricato groviglio di interessi che ruota attorno alla nomina dei rappresentanti degli imprenditori presso il Consorzio Asi (Area Sviluppo Industriale). Di recente, a distanza di due giorni l’uno dall’altro, ci sono stati un’irruzione con furto di documenti nella sede di Confindustria e un attacco alla sede dell’Asi. A leggere gli articoli in rete, sembra che la gran parte dei commentatori abbia interpretato il furto (dvd e verbali delle riunioni) nella sede di Confindustria come un’intimidazione, senza altri scopi evidenti. Molto strano, perche’ gli stessi inquirenti parlano esplicitamente di furto su commissione:

L’ipotesi è che qualcuno possa essere stato interessato a verificare la posizione dei singoli partecipanti all’assemblea tenuta a Caltanissetta.

Se le cose stanno davvero cosi’, significa che almeno qualche membro di quell’assemblea e’ legato a filo doppio con la mafia. Il che non deve meravigliare, se e’ vero che la mafia di nuova generazione, figlia della svolta di Provenzano, e’ costituita soprattutto da colletti bianchi, gente istruita, lontana anni luce dall’immagine del mafioso semianalfabeta con coppola e lupara.

Tornando a Binnu, quando gli agenti fecero irruzione nella masseria di Montagna dei Cavalli, Provenzano stava scrivendo l’ennesimo pizzino e la tv trasmetteva i risultati delle elezioni politiche, per le quali si profilava la vittoria del centrosinistra. E’ notizia di oggi l’arresto di un luogotenente del clan Lo Piccolo (Lo Piccolo, “erede” di Provenzano, fu arrestato poco tempo fa assieme al figlio), Michele Catalano, in casa di una conoscente: era seduto davanti alla tv e stava guardando “Il capo dei capi”.

Ora, e’ senza dubbio vero che le forze dell’ordine si sono concentrate sul clan Lo Piccolo, ma in molti sono convinti che il vero erede di Provenzano sia Matteo Messina Denaro. I media, presentando Lo Piccolo come il vero e unico successore di Binnu, danno la falsa impressione che con l’arresto suo e del suo clan sia stato decapitato il vertice di Cosa Nostra. Invece Messina Denaro e’ ancora uccel di bosco e dalla latitanza, come ogni anno, fa pubblicare il solito necrologio per la morte del padre, a sua volta boss importante; necrologio che, nel linguaggio mafioso, puo’ anche essere inteso come un messaggio: “Sono ancora qui”.

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