USA, guerre, dollari e sottomarini

I due commenti di Puk al post “Dead checking” meritano di essere ripostati, in quanto ricchi di riflessioni, spunti e link. Eccoli qui.

 

C’è qualcosa di veramente, profondamente malato nella maniera in cui gli americani conducono le loro guerre (e una guerra è già di per sé qualcosa di malato…).

In questi giorni sono stato colpito da un articolo di “The Nation” basato sulle testimonianze di cinquanta veterani a proposito dei rapporti tra le forze USA ed i civili iracheni.
Afferma che il clima che si respira tra gli occupanti oramai è definibile solo come brutale razzismo, per cui tutti, civili o meno (bambini inclusi), i locali vengono visti come nemici e le truppe sono spinte ad agire di conseguenza, confermando quello che scrivi nel tuo post.

Hanno anche attribuito dei nomignoli ai locali, tipo “haji” o “sand niggers”, che a me ricorda i “charlies” in Vietnam: serve a disumanizzarli o, come dice un veterano nell’ intervista, “chiamandoli con nomignoli non sono più esseri umani, sono solo oggetti”.
Il tutto con il beneplacito se non con l’ esplicita approvazione dei vertici.

A me sembra che le truppe americane soffrano sempre più della “sindrome israeliana”: si sentono assediati in territorio ostile e pertanto sono pronti a giustificare qualsiasi atto, per quanto brutale e miope, vedendolo nell’ ottica della propria sopravvivenza, e pochi si chiedono ormai perchè e come si siano cacciati in una situazione del genere: basta vedere i piani di costruzione della nuova ambasciata bunker americana in costruzione a Baghdad per rendersene conto.

Insomma, una cosa alla “Black hawk down” per i soldati, che se non sbaglio sono composti per oltre il dieci per cento da persone che hanno ricevuto una condanna in patria e sono andati in guerra per vedersi ridurre la pena.

Quelle notizie di fantascientifici (e costosissimi) mezzi robotici che si vorrebbero impiegare in missione io le vedo proprio in quest’ ottica: da una parte i robot sono operati dal Nevada, ben fuori dalla zona “assediata”, dall’ altra i “nemici” diventano solo pixel sullo schermo, ancora più disumanizzati perchè, diciamocelo, essere a contatto con gente, anche se si tratta “solo” di “sand niggers”, che ti spruzza sangue dalle ferite sulla divisa da combattimento non fa un bell’ effetto.

Non so se anche in America hanno un detto che significhi “Chi semina vento raccoglierà tempesta”, ma se ce l’ hanno so per certo che se lo sono dimenticato, e che la tempesta non la raccoglieranno i robot.

PS:
Quest’ articolo di “The Nation” è stato ripreso da molte altre fonti di informazione indipendenti e sta suscitando, per fortuna, un certo clamore in rete: si veda per esempio qui, qui e qui.
Come al solito, il silenzio dei media tradizionali è assordante.

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Dimenticavo: visto che le cose in Iraq stanno andando così bene è logico voler concedere il bis, ma si pensa anche di esportare il format con l’ aiuto dei soliti noti.

Quella storia di voler vendere il petrolio in valute diverse dal dollaro proprio non gli è andata giù, no no.

PS:

Come storiella estiva è molto meglio quella dei ricchi che si comprano i sottomarini per tenere alla larga i paparazzi, ne convengo :)

Appendice:

Non gli si sta dietro: ha appena pubblicato un paio di post (1 e 2) molto interessanti sulla questione dell’economia dollarizzata, che si concludono cosi’:

Chiamatemi pure Cassandra, ma ho l’ impressione che la civiltà così come la conosciamo sia alla frutta, e che basti aspettare un pochino di tempo, meno di quanto ci si aspetti, per arrivare al caffé, e quindi al conto.

2 thoughts on “USA, guerre, dollari e sottomarini”

  1. Sono contento che ti siano piaciuti :)))

    Devo ammettere che il tema mi appassiona parecchio…
    Forse fin troppo, ma quella che stiamo vivendo è la Storia perdio!

  2. Credo che, una volta visto cio’ che sta accadendo (e nell’ipotesi che non ci si chiuda gli occhi per non vedere ulteriormente), non si possa poi piu’ fare a meno di appassionarsi all’argomento, in un modo o nell’altro. Perche’ qui si fa la Storia, dici? no, non per me almeno; che la storia e’ un prodotto umano condizionato dal tempo e dal luogo e tutto sommato non e’ nemmeno poi cosi’ importante. Piuttosto, perche’ tutto questo ci tocca da vicino, troppo da vicino, e sta nell’immediato futuro e cambiera’ le nostre vite, questo si.

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