Gli improbabili terroristi del JFK

Credo che piu’ o meno tutti abbiano sentito qualcosa riguardo allo sventato attentato all’aeroporto JFK di New York, in un primo momento attribuito a una cellula fondamentalista vicina ad Al Qaeda.

Non ho invece trovato, almeno su Google News, alcuna traccia (si dorme bene nelle redazioni italiane, eh?) della piu’ recente notizia che ho scoperto grazie a Puk: la figlia di uno degli arrestati, in una conferenza stampa, ha accusato la “talpa” di essere in realta’ un agente dell’FBI, che avrebbe contattato i quattro ora accusati con il preciso intento di coinvolgerli e poterli poi accusare di aver progettato l’attentato. La ragazza sostiene che l’agente si era presentato come un “missionario islamico”, probabilmente allo scopo di carpire la fiducia dei quattro, musulmani praticanti.

Il padre, Amir Kareem Ibrahiim, ha 62 anni, ha paura degli aerei e non sa nulla di computer e internet (che, a sentire l’FBI, sono stati usati nella preparazione dell’ “attentato”).

Un altro degli accusati, Abdul Kadir, ha 56 anni ed e’ un ex parlamentare del governo della Guyana; non proprio il terrorista tipico, insomma… Per di piu’, i disegni tecnici trovati in casa di quest’ultimo e che secondo l’FBI riguardano il JFK sarebbero invece relativi a impianti a Linden a cui lavoro’ in qualita’ di ingegnere.

La presunta “mente” del gruppo, Russell Defreitas, ha 63 anni, e’ in pessime condizioni economiche e a sentire i suoi vicini e’ una persona che ha difficolta’ persino ad avviare la propria auto…

Il quarto accusato, Abdel Nur, ha 57 anni, e’ pure lui in cattive condizioni economiche e sembra faccia (o facesse) uso di droghe.

Altri dubbi, questa volta sull’effettiva portata distruttiva dell’attentato, sono stati espressi anche negli USA: per esempio, John Goglia, ex membro della US National Transportation Safety Board, sostiene che l’attentato, cosi’ come descritto, avrebbe prodotto un po’ di fuoco, ma nessuna esplosione disastrosa e niente a che vedere con la carneficina di cui i media (e l’FBI per prima) hanno parlato. E Jake Magish, ingegnere della Supersafe Tank Systems, dice che l’ipotesi di un’esplosione devastante e’ un “nonsense”.

Insomma, secondo l’FBI un quartetto di pre-pensionati male in arnese avrebbe progettato un ultra-mega-attentato (con cui i media hanno terrorizzato il pubblico USA per un po’), che pero’ si scopre non avere affatto le potenzialita’ distruttive ipotizzate. E ora non si capisce piu’ se la figuraccia l’abbiano fatta i quattro anzianotti, a progettare qualcosa che non poteva funzionare, o l’FBI, a non accorgersi subito che si trattava di un’idea balzana. Oppure, volendo pensar male, all’FBI dovrebbero architettare piani piu’ credibili. Magari non hanno abbastanza fondi e personale valido, chissa’.

8 thoughts on “Gli improbabili terroristi del JFK”

  1. Però avete notato che la gente si è assuefatta alle grida di al lupo?

    Secondo me, prima delle elezioni un altro botto o bottarella (non voglio scendere nei dettagli, che poi l’ FBI mi sbarca sull’ isola!) potrebbe anche scapparci, chè le pecore bianche hanno bisogno di essere indirizzate…

    Spero di sbagliarmi.

  2. Certo che si e’ assuefatta, hanno fatto di tutto perche’ cio’ avvenisse. Il terrorismo mediatico e’ ben peggio di quello che tira bombe, almeno per noi occidentali, che’ ci mina la stabilita’ della mente e la capacita’ di giudizio.
    Peraltro c’e’ un che di schizofrenico nella comunicazione: da un lato c’e’ l’esigenza di tenerci sempre sulla corda, per raccogliere un ottuso consenso quando si tratta di promuovere guerre “umanitarie” o di restringere le liberta’ individuali; dall’altra invece bisogna far passare il messaggio che “tutto va ben” o almeno che migliora, e in questo il nano era maestro, ma anche il prode ci prova. Chi fa le spese di questi messaggi contraddittori siamo noi, ovviamente; e non so come questo possa influire sulla psiche dei singoli; di certo non bene, in ogni caso.

  3. Leggevo venerdì, non so più dove, che l’fbi ha una lista di una cosa come 500.000 nomi di sospetti terroristi, il che li porta a stressare di continuo persone colpevoli solo di avere un nome vagamente arabo o più o meno simile a quelli di un “sospettato”, a fermare e trattenere gente a caso, e che per lo più ha con Al Qaeda gli stessi rapporti che ci ho io. Se ci si aggiunge il bisogno di tener alta la tensione, ci vuol poco a mettere nei guai quattro poveracci.

  4. Piu’ che altro hanno del tempo da perdere… °_°
    Ma si, probabilmente anche questo rientra nella strategia, far sentire minacciata la gente se solo si avvicina a certe cose. Non credo che sia solo paranoia loro, sanno bene quanto ci sia di vero – cioe’ poco – nell’idea che il mondo sia pieno di terroristi pronti a far saltare in aria qualcosa e desiderosi solo di distruggere la civilta’ occidentale…

  5. Nay, secondo me non hanno fatto tutto ciò perchè la gente si assuefacesse al terrore, non intenzionalmente almeno.

    Il terrore fa vendere, proprio come gli spot pubblicitari: se la gente ci sviluppa il callo ciò è male per gli affari, e bisognerà trovare un sistema per scuoterla dal suo torpore.
    Si chiamino i creativi: ORA!

    Riguardo al fatto che il terrorismo mediatico ci mina la stabilita’ della mente e la capacita’ di giudizio, vaglielo a dire tu agli psicologi, che credono che la colpa sia della marijuana! :D

  6. Mah, che si debba creare un nemico esterno da temere, e’ una lezione che la storia insegna da tempo. Il terrorismo mediatico e’ un’altra faccia di questa vecchia strategia. E piu’ il nemico e’ indefinito e non perfettamente inquadrabile, piu’ e’ efficace: potrebbe essere chiunque, ovunque.
    Lo scopo non e’ quello di assuefare la gente al terrore *in se’*, ma di assuefarla all’idea della necessita’ di provvedimenti restrittivi delle liberta’ individuali, di azioni di guerra, di aumento delle spese militari e via dicendo. E sono fermamente convinta che questo sia uno degli obiettivi piu’ importanti degli attuali leader mondiali (quelli che contano, ovviamente) e che quindi sia voluto.

    La storia della cannabis la conosco bene, fin da quando era normalmente coltivata, utilizzata per un sacco di cose, e le lobbies dei produttori di carta da polpa di legno ne decretarono la morte. La cosa davvero triste e’ che in tutti questi decenni le strategie non siano cambiate. Nel ’36, per dire, i toni erano gli stessi.

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