Cattivi geni

In prima pagina sul manifesto di ieri e di oggi ci sono due editoriali (“I partiti codice alfa” di Franco Carlini e “La politica del collasso” di Gianni Ferrara) che cercano di fare chiarezza sul “mistero” della disaffezione degli italiani alla politica e della sfiducia nei confronti dei partiti, come ha rivelato un sondaggio recente che ha fatto piuttosto rumore (ma perche’ stupirsi, poi? non se n’erano ancora accorti, che e’ proprio questa l’aria che si respira da un po’ in Italia?).

I due articoli meritano una lettura integrale, perche’ contengono alcuni spunti di riflessione davvero interessanti.

Ferrara sottolinea come al cuore del problema ci sia la mancanza di rappresentativita’ della classe politica nei confronti dei bisogni espressi dai cittadini:

E dire rappresentanza e’ lo stesso che dire politica. E’ lo stesso che dire democrazia. Dobbiamo saperlo e mai dimenticarlo che non c’e’ politica e non c’e’ democrazia senza rappresentanza.

Carlini propone un bel paragone:

Ci sono dei bellissimi modelli matematici che dimostrano come una comunità possa collassare per il semplice fatto che un numero inizialmente piccolo di predatori si appropria dei beni comuni. In tal caso i membri di una eventuale maggioranza di altruisti si stufano di passare per gonzi e cessano di cooperare. Eventualmente si ritirano in comunità più piccole dove ancora la solidarietà può reggere, oppure defezionano (…), o ancora prendono anch’essi a comportarsi da raider spregiudicati. Sembra la descrizione perfetta del fenomeno che, con mesi di ritardo, i due maggiori quotidiani d’Italia hanno scoperto con finta ingenuità nell’ultimo fine settimana: disaffezione della «ggente» verso la politica, discredito totale dei partiti.

Sempre Carlini concentra poi l’attenzione su una caratteristica particolare della partitocrazia italiana, quella di tendere per sua natura insieme a estendersi e a escludere. Cioe’ perpetuare se stessa (come un “gene egoista“) a scapito di modelli alternativi.

A me questa cosa ha ricordato la mia esperienza con i “baronati” dell’universita’ che ho frequentato, che si riproducono per cooptazione: i docenti scelgono tra gli studenti quelli che in qualche modo sono piu’ simili a loro o piu’ proni ai loro voleri; questi stessi studenti finiscono poi per diventare assistenti e ricercatori e hanno la strada spianata per lavorare all’interno dei dipartimenti universitari, e alla fine per diventare docenti a loro volta. La casta riproduce se stessa. Credo che il meccanismo in atto all’interno dei partiti politici italiani sia fondamentalmente lo stesso, se non ancora piu’ marcato, non essendoci nemmeno la necessita’ di mascherare la cooptazione con concorsi pubblici.

Carlini conclude con una nota pessimistica, che mi pare condivisibile:

Così le organizzazioni, e i partiti soprattutto, nella fase per loro più ricca, hanno bisogno non solo di permanere (per esempio con sistemi elettorali che li favoriscano, malgrado l’eventuale astensionismo), ma anche di moltiplicare il loro modo di operare in molti nuovi adepti. La fidelizzazione non solo li rafforza, ma ne estende il potere. Questo funziona solo instaurando un meccanismo antidemocratico di esclusione, perché quel potere è tale solo se c’è qualcuno su cui esercitarlo e che non ha la possibilità di metterlo in discussione. Dunque l’antipolitica serve a chi comanda e come tale viene ricercata; non è un difetto ma un valore per i partiti attuali, almeno finché non raggiunga una certa soglia che dia luogo a sommosse (difficili da immaginare da parte di un popolo deluso) o a dittature populiste.

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