Specchi

Avevo una mezza idea di scrivere qualcosa sulle esternazioni di ieri di un prelato a caso (sono intercambiabili) su gay e dico, che a sentir lui sarebbero contro la chiesa.

Poi ho incrociato questo post di azzurra.

E mi e’ passata la voglia di scrivere qualunque cosa.

A volte sentirsele dire cosi’ fa male, ma e’ esattamente quello che serve.

8 thoughts on “Specchi”

  1. Il post sulle parole è nato da un discorso con fry. Non ho le idee ben chiare in proposito ma una serie di intuizioni che non so mettere giù. Io non sono molto portata alle astrazioni, nonostante le apparenze:) Mi piace parlare, scrivere, leggere, pensare, sì. Ma la mia “identità” (chiamiamola così) è legata all’agire, alla concretezza. E’ un po’ complicato:) Credo di appartenere alla preistoria, quando le persone non si descrivevano tanto ma lavoravano assieme (mi vergogno un po’ eh di quello che sto scrivendo?:)) Se mi chiedono di esistere come concetto (io, o gli altri) mi confondo. Se mi chiedono di distinguere tra varie rappresentazioni, non ne parliamo. A volte ho l’impressione (ma è solo un’impressione confusa) che per gli altri la realtà non esista. Che potino le rose solo per dire a qualcuno (o a se stessi) “sono quello che ha potato le rose”, capisci? Che la reatò esista solo nel momento in cui descrivono a qualcuno il loro esserci dentro, il loro ruolo, ma che non siano mai davvero lì. Che non esistano più i sensi ma solo la descrizione. Conoscevo una persona che ogni mattina si faceva la barba con il pennello che gli aveva regalato l’amante, fianco a fianco alla moglie e, diceva, pensava all’amante. Io sono orridita per quel poveor pennello, per quello specchio, per quell’asciugamano. Sì lo so, sono pazza:)

  2. Non capisco.
    E’ sicuro che la propria vita virtuale sia sempre migliore di quella reale ?
    Di fatto dietro alle persone virtuali ci sono quelle reali e i meccanismi di interazione sono praticamente gli stessi.
    E quindi le possibilità di “successo” sono circa le stesse.

  3. Mica vero, conte.
    Nelle interazioni reali ci sono informazioni su di noi che non possiamo evitare di dare, anche se non lo vorremmo; basta un gesto, uno sguardo, un’espressione, il modo di muoversi. E nessuno e’ totalmente in grado di controllarsi fino al punto da annullare questa forma di comunicazione involontaria.
    Nella comunicazione mediata – frammentaria – di cui parlava azzurra questa parte manca totalmente o quasi totalmente; resta cio’ che noi vogliamo mostrare, cio’ che preselezioniamo per quello scopo. Certo, qualcosa sfugge sempre, c’e’ comunque la possibilita’ di mostrare anche altro, cose che vorremmo tenere per noi stessi, ma e’ piu’ difficile. Da quei mondi virtuali teniamo accuratamente fuori cio’ che non vogliamo far vedere.
    Ne vuoi un esempio? Leggi la pagina “About” qui in alto: molto prima del post di azzu, ci ho scritto “molto di cio’ che potrei scrivere fa anche parte di quello che vorrei dimenticare”. Et voila’, cio’ che voglio dimenticare qui non c’e’, l’io che qui si mostra non e’ gravato da quei fardelli, e’ un io diverso, ridotto, preselezionato.

    Piuttosto ci si potrebbe chiedere quanto questo meccanismo sia connaturato agli umani e quanto agisca anche in altri contesti. A me sembra abbastanza evidente che la maggior parte di noi, in modi e misure diverse, tenda a voler dare di se’ un’immagine che corrisponde a cio’ che vorrebbe essere davvero; e l’immagine di se’ che offre al mondo e’ di fondamentale importanza, sia in positivo che in negativo. Altrove avevamo parlato del fatto che questa e’ una societa’ dell’apparenza, piu’ che della sostanza, e che i valori che un tempo costituivano il cardine dell’autostima ora sono fossili o se va bene specie in via di estinzione.
    Quindi il meccanismo di nascondimento-rivelazione selettiva che si attua nella realta’ virtuale non sarebbe altro che una sottospecie del nostro normale modo di porci, resa piu’ efficace dalla possibilita’ di controllare meglio cio’ che di noi si vede. Funziona meglio, ma nella sostanza e’ la stessa cosa. E percio’ piace cosi’ tanto, perche’ risponde a un bisogno profondo.

    Per questo non so se sono d’accordo con cio’ che dice azzu, e cioe’ che nella “preistoria” non fosse cosi’, anche se espresso in altri modi. Certo, sembra anche a me che ora l’apparenza, l’esteriore sia molto piu’ importante e che si dia molto meno peso a cio’ che ci passa per l’anima, ai “valori”, all’etica individuale; ma solo perche’ questo e’ cio’ che “va” oggi; le persone si misurano sulla base del loro successo mondano, del loro potere, dei soldi e degli status symbol che sono in grado di sfoggiare.
    O forse si, e’ proprio cambiato qualcosa; la gente non e’ piu’ in grado di essere cio’ che semplicemente e’ e allora “fa” cose nel mondo, per dare un senso al mondo e a se stessa. Non so. E’ davvero complicato.
    Non sono nemmeno ben sicura di aver capito quello che voleva dire azzu. °_°

  4. Oh, non lo è nemmeno azzu figurati:) Ma forse non volevo parlare della dicotomia essere- apparire difronte agli altri, che su quello quoto ciò che hai scritto tu. Parlavo della _nostra_ percezione delle cose e del mondo, della realtà, che sembra esistere solo nel momento in cui la descriviamo. Questo succede nella vita virtuale, ma anche in quella reale. Una meta-vita:) Non vedi quasi più le persone compiere delle azioni, in compenso puoi parlare con loro dell’interpretazone di tali azioni. Oppure puoi parlare di azioni ipotetiche. Le persone esistono solo attraverso le parole. Non c’è più condivisione, c’è interpretazone, descrizione. Probabilmente per questo la cds è un sollievo per me, perchè lì le parole contano poco. Perchè la comunicazione e la relazione è fatta di piatti lavati insieme, di viaggi su e giù dalla lavanderia, di armadi riordinati: è un po’ zuccheroso espresso così ma non saprei come altro dirlo. E non parlo solo della relazione con gli utenti, anche con tutte le persone che a vario titolo girano lì attorno. I legami si creano attraverso cose fatte assieme, sguardi che si incrociano, sorrisi, occhi lucidi. Ci sono persone che ho detestato, all’inizio. Poi li ho visti “fare” ed ho cambiato idea. Lo so che non sono molto chiara, mi spiace. Ha a che fare con la familiarità, con l’intimità. Mi sono resa conto che le mani, gli occhi imparano molto prima della testa: sanno chi troveranno lì accanto indipendentemente da quello che la testa gli dice. Io credo di essere una persona semplice, e non lo dico per vezzo. Credo che debba esistere una corrispondenza stretta tra le mie azioni ed i miei pensieri: se si dilata, se divento un concetto, se gli altri diventano un concetto, perdo un po’ il senso della realtà. Quello spazio sospeso, il campo di papaveri lo chiamo ma l’ho sentito chiamare in tanti poetici modi:) per me non va bene. Mi fermo, prima di arrivare a scrivere: ma la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere?:)
    Buona giornata.

  5. Ecco, uhm…

    “Parlavo della _nostra_ percezione delle cose e del mondo, della realtà, che sembra esistere solo nel momento in cui la descriviamo.”

    Ma non e’ sempre cosi’? Intendo… non e’ cosi’ che funziona la nostra mente? non e’ “descrivendoci” (o descrivendo ad altri) qualcosa che ne diventiamo consapevoli? Se non sbaglio, le parole sono il mezzo con cui diventiamo consapevoli del mondo; senza le parole avremmo solo impressioni confuse, non riconducibili a categorie, piu’ immediate senz’altro, ma non razionalizzabili e nemmeno comunicabili, in effetti (telepatia a parte… ^_^).

    O ti riferisci a qualcos’altro? Mi pare di capire che si tratti di una sorta di progressivo distacco dalla vita vissuta, che tu osservi nelle persone, quando dici: “Non vedi quasi più le persone compiere delle azioni, in compenso puoi parlare con loro dell’interpretazone di tali azioni. Oppure puoi parlare di azioni ipotetiche. Le persone esistono solo attraverso le parole. Non c’è più condivisione, c’è interpretazone, descrizione”
    Comunque le persone compiono azioni, per forza di cose. Vederle o non vederle quando compiono azioni credo dipenda dal contesto.

    Beh, insomma, sono piuttosto confusa. :)

  6. Ci ho pensato Uppe, perchè non è mica facile tradurre in parole una sensazione:) Soprattutto non è facile se quelle che ti vengono in mente assomigliano pericolosamente al libro Cuore o peggio ad un manualetto new age! Vabbè lo faccio, e si fotta l’immagine eh? Le persone non amano più niente. Non amano le cose, non amano quello che fanno. Naturalmente è un’affermazione portata all’eccesso, sono sicura che ognuno di noi, se cerca bene, qualcosa che ama lo trova. Ma poche cose. Poche cose (e nelle cose sono comprese le azioni) hanno un fascino, ci si prende cura di poche cose e di malavoglia, è tutto un cheppalle, cheduecoglioni. Non sono Pollyanna, credo che possano confermarlo in molti. Certe mattine mi sveglio con quella patina di cinismo e schizzinosità che pare mi si sia incollata addosso durante la notte, a mia insaputa. Certe volte torno dalla cds furiosa, triste, avvilita. Ma certe volte, grazie a dio (e grazie a dio spesso) riesco ancora ad incantarmi. Per cosa, non importa. Riesco a guardare qualcosa o qualcuno senza chiedermi, per prima cosa: ma io l’ho avuto? mi spetta? lo prendo? mi serve?
    Certe volte, di tutto questo , non me ne frega un cazzo. Certe volte non devo per prima cosa dimostrare a me stessa che ne ho diritto, o chiedermi il prezzo, od inventarmi un motivo. Mi basta guardare ed innamorarmi. E mi basta il silenzio. E trovo sempre meno persone che lo fanno. C’è sempre quel retrogusto di disprezzo, sottile ma avvertibile. Per se stessi, per la vita, per gli altri..che cazzo ne so per cosa?:) Quella smorfia di disgusto mascherato. A volte te lo dicono, candidamente. Come dicessero eh, questa macchina non è quella che mi sarebbe piaciuta ma sai…..Poi ci salgono virtuosi con un sospiro…ed io vorrei adottare tutte le macchine del mondo:)

  7. Il retrogusto di disprezzo mi ricorda tanto la storia della volpe e dell’uva.
    Saro’ fissata, ma mi pare che anche questo abbia a che fare con l’accelerazione in senso consumistico che abbiamo vissuto negli ultimi decenni. Come si fa ad essere contenti di cio’ che si ha, ad apprezzare cio’ che si e’ o si fa, se ci bombardano costantemente con messaggi che invitano ad avere altro, ad aspirare ad altro e a guardare dall’alto in basso chi non si adegua e si “accontenta”? Per forza poi la gente non vede cio’ che ha intorno o, se lo guarda, assume quell’aria schifata. Per forza poi non guarda piu’ volentieri alla propria vita (che e’ ben difficile che somigli a quelle della tv).

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