Lo “status” di vittima

[Un recente articolo del manifesto mi ha fatto riflettere; ha a che fare con un discorso fatto da Miguel sulle “vittime e i vittimi” e con alcune cose su cui rimugino da un po’. Ne ripropongo gli stralci piu’ significativi. Il grassetto nel corpo del testo e’ mio, il corsivo e’ originale]

“Una identità a misura di vittima”
di Daniele Giglioli
il manifesto di sabato 14 aprile 2007, pag.12

L’identificazione con la vittima è diventato il principale generatore di identità nella coscienza contemporanea, l’unico dispositivo discorsivo in grado di dar voce non tanto a un bisogno di avere (diritti, sicurezza, giustizia), quanto piuttosto a un desiderio di essere. Solo nella forma cava della vittima troviamo oggi un’immagine verosimile, anche se rovesciata, della pienezza di essere a cui aspiriamo (…).

Una macabra concorrenza
Quale potente della terra, grande o piccolo, politico o chiesastico, non dichiara che lui non si lascia intimidire? Quale operazione militare non si giustifica con la difesa delle vittime? Quale pulizia etnica, l’ex-Jugoslavia insegna, non prende le mosse dalla necessità di vendicare vere o presunte vittimizzazioni subite in un passato più o meno remoto? E quale migliore e peggiore esempio del conflitto israelo-palestinese, dove gli eredi delle vittime della Shoah vittimizzano gli abitanti dei territori occupati, i quali a loro volta negano l’esistenza della Shoah in un circolo infernale senza fine? I segni di questo processo sono ovunque.
Primo tra tutti, il fatto che il genocidio sia diventato il principale paradigma biopolitico del nostro tempo – quello nazista degli ebrei e tutti gli altri che a esso vengono a torto o a ragione paragonati – col risultato perverso di istituire le vittime stesse a paradossale e blasfemo oggetto di desiderio metafisico. Difficile spiegare altrimenti la macabra concorrenza tra i colpiti (il nostro è stato peggio del vostro, il nostro è l’unico vero, il mio è cominciato prima, il mio è durato più a lungo, tu non hai diritto di parlare del tuo perché non condanni abbastanza il mio, ecc.); o la demenza paranoide dei negazionisti (non è vero, quando mai, che genocidio, vi siete inventati tutto), che si autovittimizzano escludendosi da uno dei pochi assunti condivisi dell’intero consesso umano e richiudendosi nel ghetto dell’esecrazione universale; o la stupefacente comparsa di impostori quali il polacco Benjamin Wilkomirski o lo spagnolo Enric Marco, che si sono finti deportati ad Auschwitz quando non lo erano affatto: non era certo il loro un mezzo ingegnoso per sbarcare il lunario, ma qualcosa di infinitamente più doloroso, la spia di una mancanza ben più radicale. Se solo la vittima ha valore, se solo la vittima è un valore, allora quel valore non può che diventare oggetto di rivalità.

La sofferenza, fonte di diritti
Altri esempi potrebbero essere la recente «scoperta» del mobbing (come se gli operai della Fiat di Valletta non avessero mai ricevuto vessazioni); il proliferare di studi sulle «molestie morali»; l’ossessione tutta contemporanea per la pedofilia – quale migliore vittima di un bambino «innocente» e regredito a un angelico stato di asessualità prefreudiana? E, ancora, la moltiplicazione degli orgogli identitari ottenuti attraverso il rovesciamento di uno stigma (orgoglio nero, gay, femminile), con la conseguente istituzione di cattedre, dipartimenti universitari, convegni e pubblicazioni specialistiche, e soprattutto di leadership intellettuali e politiche che si autoinvestono della missione di rappresentare, tutelare, ri-vendicare sofferenze e sofferenti; la concentrazione spasmodica dei media su ciò che Luc Boltanski ha chiamato «lo spettacolo della sofferenza» e Susan Sontag «il dolore degli altri».
Identificazione, concorrenza, invidia. «Ciò che si desidera sottrarre alla vittima, per rivestirsene a propria volta – ha scritto Pascal Bruckner in La tirannia della penitenza. Saggio sul masochismo occidentale (…) – è l’eminenza morale, lo splendore tragico di cui sembra godere. La sofferenza dà dei diritti, è addirittura la sola fonte del diritto (…); l’afflizione resta padrona del campo; chiunque se ne impadronisca, si impadronisce anche del potere. La grande superiorità dell’infelicità sulla felicità sta nel fatto che procura un destino, e solo quest’ultimo ci dà il senso della nostra distinzione e ci colloca a pieno titolo in un’aristocrazia di reietti (…) Ormai il termine indica la trasmissione di un nuovo valore patrizio: il dolore ci innalza a un ordine nobiliare inedito. Eccoci dunque tutti legatari, da una parte e dall’altra della stessa barriera, tutti intenti a perpetuare una distinzione, una mancanza che ci marcano per sempre. Non creiamo più le nostre vite, ripetiamo le ferite di ieri». Di qui l’ossessione della memoria, una memoria scandita secondo «giorni» artatamente decisi dalle istituzioni, depositata in innumerevoli «libri neri» (del comunismo, del capitalismo, della psicoanalisi, ecc.) (…).

Se dunque la vittima è diventata, come scrive René Girard, «il nuovo assoluto», un’idea non più sottoponibile a verifica, una zona di rispetto esente dal vaglio della critica, allora il compito del pensiero critico non potrà essere che quello di penetrare in questa cittadella. Ma sarebbe cattiva critica quella che si limitasse al proposito di demistificare il mito (così come è cattivo illuminismo quello che sottovaluta la forza delle passioni, ciò che i veri illuministi non hanno mai fatto), per esempio rivelando volta per volta e punto per punto gli interessi che si nascondono dietro alle legittimazioni vittimarie. Necessario ma insufficiente – a parte il fatto che le vittime esistono davvero. Quando ci si trova di fronte a una macchina mitologica, la sola demistificazione non basta, e può essere perfino fuorviante.
Meglio servirsi di quella pratica, recentemente rimessa in circolo da alcuni scritti di Giorgio Agamben, che va sotto il nome di profanazione: un restituire al profano, all’uso comune, alla prassi umana ciò che è stato separato e allontanato in una sfera sacra, altra, intangibile, rifiutando il suo confinamento nell’immaginario (luogo del rispecchiamento, del desiderio riflesso e della rivalità) e la sua traumatica riapparizione nel reale.
La macchina mitologica della vittima va interrogata nella sua pretesa di verità, perché essa rappresenta una risposta sbagliata a una domanda più che giusta, e senza la quale non potremmo più pensare la nostra stessa modernità. L’immaginario della vittima, infatti, non è appannaggio unico della cosiddetta e maldenominata «condizione postmoderna», e recita un ruolo enorme nella costituzione del soggetto moderno (…).

Anche il movimento operaio ottocentesco si è mosso sulla base di due retoriche mai del tutto convergenti e spesso contrastanti. Da una parte il miserabilismo, i dannati della terra, i proletari che non hanno nulla da perdere, la filosofia della miseria. Dall’altra, l’orgoglio dialettico di chi sente insediato nella punta più avanzata della produzione sociale e rivendica il diritto a guidarla: un diritto del fare, non dell’essere in quanto si è subito. E un discorso analogo potrebbe essere fatto per le ideologie della decolonizzazione.
Ciò che è venuto meno con la crisi dei «grandi racconti» dell’emancipazione è però il secondo corno dell’opposizione: non l’orgoglio ma il diritto, non un’essenza da rivendicare ma l’apertura di uno spazio di azione (…).
Alla domanda «che fare»? che ha dominato la politica moderna, ha dato il cambio un ansioso e querulo «chi sono»? E in questo senso, la risposta: una vittima, non è poi così sbagliata. Chi è ridotto a potersi chiedere soltanto chi è, e non cosa può fare di sé e delle sue relazioni con gli altri, è senz’altro una vittima. Svincolata dalla prassi, nessuna meraviglia che quella macchina giri a vuoto, così come attorno a un immenso vuoto ruota la mitologia della cospirazione, del complotto, della congiura onnipresente e universale (…)

La responsabilità in questione
(…)
Le razionalizzazioni vittimarie e cospirative sono la protesta (impotente e pericolosa se abbandonata a se stessa) contro quella storia senza politica che è il retaggio comune del cittadino espropriato della sua dimensione pubblica, contro quell’umanesimo animale, come lo ha chiamato Alain Badiou, che restringe il soggetto a «nuda vita», e cioè a mero portatore di astrattissimi diritti umani – i quali del resto affiorano solo, come ha mostrato Zizek sulla scorta di Hannah Arendt, nel momento in cui vengono meno i diritti politici, perché è vero che sono i diritti politici a fondare i diritti umani, e non è vero il contrario. Sono la ferita tenuta aperta, il manque-à-être autolesionisticamente esibito, di una modernità che, più che disatteso, ha realizzato parodicamente le proprie promesse.
Sono il riflesso, la spia, l’autodenuncia della riduzione della soggettività a mera identità (…).

[In chiusura un’osservazione: mi ha stupito il fatto che l’articolista non abbia colto il legame tra questa sorta di “santificazione” delle vittime e una delle basi psicosociali della nostra cultura occidentale tirata su a cattolicesimo, il senso di colpa, che a mio avviso riveste un ruolo cruciale in questa dinamica]

5 thoughts on “Lo “status” di vittima”

  1. Bellissimo articolo anche se difficile, sono molto invdiosa di non avere scritto io “riduzione della soggettività a mera identità”. Mi riesce più facile rapportare il discorso a livelli psicologico-individali piuttosto che sociali, ma questa costruzione dell’identità come vittima ed in quanto tale avente diritto ad un risarcimento mi è abbastanza chiara (e la condivido in pieno) Non è che approfondiresti di più il discorso del senso di colpa? Mi interesserebbe molto.
    Ciao, azzu

  2. A livello individuale questa idolatria della vittima puo’ avere presa o no, ma e’ a livello sociale che si concretizza in quanto status; ed e’ nel sociale che si cercano e si trovano le retribuzioni (di qualsiasi genere) ad esso correlate. E’ proprio il fatto che si tratti di una dinamica collettiva che dovrebbe far pensare.
    Quanto al senso di colpa, noi occidentali cresciamo imbevendoci di cultura cattolica, anche se non vi attingiamo direttamente; e uno dei pilastri fondanti del cattolicesimo e’ proprio il senso di colpa: la colpa, il male, il peccato, la redenzione dal peccato, la ricaduta nel peccato, la punizione per i peccati commessi, sono cosi’ intrecciati alla nostra psiche (individuale e collettiva; e in questo caso anche per il singolo e’ molto difficile sfuggirvi) che finiamo per pensarli come “naturali”, anche se cosi’ non e’. Basta uno sguardo alle culture basate su altre filosofie, prime tra tutte quelle orientali, per capire quanto poco naturale sia il ragionare in termini di colpa. Ora, a me pare che quest’attenzione quasi morbosa alla vittima in quanto portatrice di uno status particolare possa essere vista come l’altra faccia della medaglia di un immenso senso di colpa collettivo: e’ come se collettivamente ci sentissimo in colpa (e sarebbe molto interessante capire per cosa) e quindi fossimo vulnerabili a qualunque istanza basata sul vittimismo. E naturalmente chi sceglie di interpretare la vittima in una situazione del genere ha gioco facile.
    Non so se mi sono spiegata, mi rendo conto che si tratta di una questione complessa.

  3. Parlo da completo ignorante in merito, voglio premettere. Eppure l’articolo non mi convince.
    Per come la vedo io, il senso di colpa c’entra, ma in maniera diversa da come la poni tu, Uppe. Noi, vero, cresciamo imbevuti di sensi di colpa. Cosa significa questo? Come ci arrivano i sensi di colpa? Ci vengono dal fatto che ci sentiamo _responsabili_, responsabili di ciò che succede, di quel che facciamo, di come vanno le cose nella nostra vita e in quella altrui. Se non ci fosse la responsabilità, almeno presunta, non potrebbe esserci la colpa, no?
    D’altro canto, la nostra cultura insiste sia sul _diritto_ di essere felici, sia sul fatto che la nostra felicità dipende dalle nostre azioni, cioè è nella nostra disponibilità potenziale. Se non ci riusciamo, ad essere felici, la colpa quindi è nostra.
    Ora, siamo infelici.
    Mica tutti, mica sempre, ma insomma la vita è quel che è, e quasi mai le cose vanno come dovrebbero. Siamo infelici, e per giunta è colpa nostra. Ammetterai che è una situazione piuttosto scomoda con cui convivere.
    Perciò, qual è la soluzione? Dare la colpa agli altri. Essere una vittima degli altri, di qualcosa d’altro, di qualcosa che non dipende da noi.
    Vero, faccio un lavoro di merda, ma la colpa è degli schiavisti che hanno portato qui il mio trisnonno dall’Africa, mica mia. Vero, sono depresso e deprimente, ma la colpa è del campo di concentramento, mica mia. Vero, non ho voglia di fare un cazzo, ma la colpa è della società che non ha fatto in modo che io avessi voglia di fare qualcosa. Vero, sono triste, e adesso chiedo al mio avvocato a chi posso far causa per questo.
    Bada bene, non sto criticando il prossimo con questi esempi, parlo anche di me. Ogni volta che mi girano i coglioni mi riscopro a pensare a chi potrei darne la colpa, di chi potrei essere vittima.
    Beh, insomma, io la vedo così: aspettative irragionevoli di infinita felicità e realizzazione spacciate per qualcosa che dipende solo da noi, a cui consegue inevitabilmente il fallito raggiungimento, e l’attribuzione della colpa di ciò a qualunque cosa eccetto noi stessi. Ed eccoci vittime.

  4. E’ un discorso complesso, credo. Non sono sicura che esista un’unica tipologia di vittimismo (chiamiamolo così) o di senso di colpa. Io ho trovato ragionevole l’articolo, le ipotesi di Uppe sul senso di colpa e anche la tua lettura, Danilo…e penso possano essere possibili tutte e tre. Un’altra ipotesi (ma non esaustiva di tutti i casi) a me pare la gestione schizofrenica che la società occidentale ha del potere. Da una parte si invitano le persone all’autoaffermazione, all’autorealizzazione, ad una visione sempre più individualistica della vita, dei diritti (alla felicità…) e dall’altra si è demonizzato il potere come una componente indesiderabile, animalesca e da rimuovere dalla coscienza di una persona perbene. Ora il potere, per come la vedo io, non può essere semplicemente rimosso: può essere conosciuto, controllato, gestito, usato ma non semplicemente cancellato. La pretesa di non sporcarsi le mani con esso (sia nella vita privata che in quella sociale) obbliga a delle costruzioni mentali peculiarmente contorte, all’uso dei sensi di colpa di come strumento (sia nel ruolo di colpevolizzanti che di colpevolizzati) : in fin dei conti le vittime di cui parla l’articolo non fanno altro che pretendere del potere in virtù della loro mancanza di potere, no?

  5. Innanzitutto chiedo scusa per il ritardo nella risposta, ma siamo rimasti quasi due giorni senza linea, grazie a un temporale e alla celerita’ di mamma telecom nel riparare i guasti.

    Danilo, e’ vero, quello e’ il meccanismo con cui funzionano la colpevolizzazione e il vittimismo: per colpevolizzare occorre innanzitutto aver interiorizzato noi per primi il concetto di responsabilita’-colpa; c’e’ poi chi se la prende solo con se stesso e chi proietta questo modo di sentire sugli altri, cercando capri espiatori. Questo per noi occidentali e’ del tutto normale. Quello che mi premeva far notare e’ che non e’ affatto naturale come potrebbe sembrare a prima vista. Quel che c’e’ di naturale, di “basico”, e’ la relazione causa-effetto, che impariamo da piccoli quando ci accorgiamo che le nostre azioni cambiano il mondo che ci circonda. Associare a questa relazione causa-effetto il sentimento di colpa e’ una sovrastruttura determinata dalla cultura peculiare in cui ci e’ dato di vivere.
    Io questa cosa l’ho capita diversi anni fa dopo essermi avvicinata alle filosofie orientali, in particolare a quella buddhista. Nel buddhismo il concetto di colpa come la intendiamo noi non c’e’; c’e’ invece, e molto presente, la coscienza del fatto che ogni nostra azione crea una reazione e modifica innanzitutto la nostra vita. E’ il karma, di cui si parla spesso a sproposito. Il concetto di karma non implica senso di colpa ma pura responsabilita’; e responsabilita’ in primo luogo verso noi stessi, perche’ se le nostre azioni cambiano il nostro karma – prima di cambiare le vite altrui – non c’e’ alcun bisogno di sentirsi in colpa, cioe’ di punirsi a livello psicologico per cio’ che abbiamo fatto (perche’ questo e’ il senso di colpa, una punizione autoinflitta per le nostre azioni): sperimenteremo noi per primi gli effetti di cio’ che abbiamo fatto o omesso di fare. Percio’ chi cresce in una cultura fondata su un simile modello di pensiero non sara’ naturalmente portato ne’ a colpevolizzarsi ne’ a fare la vittima, ma solo ad essere responsabile delle proprie azioni.

    Tutto questo mi porta a dire, appunto, che il pensiero fondato sul senso di colpa non e’ naturale, ma culturale, determinato dalla filosofia di base attorno a cui si e’ costruita la nostra vita. E non c’e’ alcun dubbio, almeno per me, sul fatto che questo pensiero di base sia il cattolicesimo, di cui la nostra cultura e’ imbevuta da secoli. E’ il cattolicesimo che sposta il momento della retribuzione delle nostre azioni a un “dopo” e a un’entita’ fuori di noi che si dovrebbe occupare della “punizione” (appunto: non semplice retribuzione, ma punizione). Il senso di colpa e’ il sostituto imperfetto della coscienza sempre presente che le nostre azioni hanno un impatto sul mondo. Perche’ se questa retribuzione viene dilazionata nel tempo e assegnata ad un ente esterno, occorre qualcosa che faccia da freno sociale qui e ora, altrimenti sarebbe sin troppo facile dimenticarsene. Al contrario, chi vive nella costante coscienza della relazione causa-effetto – che e’ poi la legge karmica – non attende una punizione dall’esterno e nemmeno un intervento dall’alto: sa che cio’ che fa cambiera’ in meglio o in peggio la propria vita da subito.

    Il discorso di azzu sul potere meriterebbe un approfondimento a parte. La relazione tra individualismo e potere secondo me e’ molto profonda; la prima cosa che mi viene e’ in mente e’ che quanto piu’ si diventa individualisti tanto piu’ si perde la vicinanza con gli altri. Ma siamo animali sociali, per quanto possiamo illuderci del contrario; in questo quadro esercitare potere su qualcuno puo’ diventare un modo per simulare – grottescamente – questa vicinanza: nei rapporti di dominanza reciproca che si instaurano tra chi controlla e chi e’ controllato c’e’ infatti una parvenza di contatto umano. E in una societa’ in cui i veri contatti umani si vanno sempre piu’ affievolendo, anche questo puo’ essere meglio di niente, almeno per qualcuno.
    Questa riflessione potrebbe portare lontanto, per esempio a supporre che chi cerca attivamente il potere sugli altri stia tentendo di colmare un vuoto di contatti umani e che non sappia come farlo altrimenti.
    Forse per questa ragione io non vedo molto il contrasto tra individualismo e potere a cui accennavi tu, azzu; anzi, mi sembra che il potere alletti sempre piu’ gente, che si tratti di potere politico, gerarchico, mediatico (pensa all’attenzione di cui sono circondate le “star” e alla spasmodica ricerca di uno spazio di notorieta’, per quanto piccolo ed effimero, che sta alla base di fenomeni come il grande fratello); e mi sembra che questo desiderio di potere – o ammirazione per il potere – sia proprio l’altra faccia della medaglia della basilare perdita di contatti umani frutto dell’individualismo sempre piu’ sfrenato che osserviamo ogni giorno.
    Ma, come dicevo, questo discorso meriterebbe un approfondimento a parte.
    Gia’ questa risposta e’ diventata lunghissima e me ne scuso. °_°

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