L’Arca dei semi

In Norvegia stanno progettando una specie di arca di Noe’ per i semi di tutto il mondo. Sara’ in una delle isole Svalbard, oltre il circolo polare artico, in una grotta artificiale a temperatura costante. Lo scopo e’ quello di conservare i semi delle specie vegetali minacciate da eventuali catastrofi ambientali, riscaldamento globale, guerre, carestie e – non dichiarato, mia ipotesi – invadenza delle multinazionali OGM, che tendono a far scomparire le varieta’ locali a favore dei loro prodotti.

L’esatto contrario di quello che succede in Italia (e in altri paesi della Comunita’ Europea), dove la legislazione vieta l’uso di semi non iscritti in registri appositi, lo scambio gratuito di semi tra i produttori e soprattutto la risemina, cioe’ l’utilizzo di parte del prodotto agricolo di un’annata come semente per l’anno successivo; in pratica si vieta cio’ che per millenni i contadini hanno fatto e che ha permesso lo sviluppo e la diffusione di innumerevoli varieta’ locali, che proprio nella diversificazione vedevano il loro punto di forza anche contro malattie e parassiti (quante piu’ varieta’ di una pianta esistono, tanto piu’ sara’ probabile che almeno qualcuna di queste sopravviva). Si vieta quello che dovrebbe costituire un diritto inalienabile; si vietano pratiche che da sole salvaguarderebbero la biodiversita’ meglio di mille arche in mille isole nordiche. I seed savers nostrani devono operare al limite – e spesso oltre il limite – della legalita’, per fare quello che uno stato come la Norvegia ha deciso di fare in grande, destinandovi un bel po’ di soldi e di impegno.

I semi antichi non iscritti nei registri della CE, che continuano a vivere illegalmente come stranieri senza documenti in una terra che è loro. La legislazione vieta loro ogni forma di circolazione, anche il dono, sul territorio degli stati aderenti. Se movimentati da uno stato all’altro come semente il servizio fitosanitario ne potrebbe chiedere la distruzione in inceneritore. Non solo sono proibiti ma sono costantemente minacciati da biopirateria, potendo essere registrati come “nuova varietà” e permettere così lucro e royalties a chi arriva per primo a farlo.

Quale scopo ha questa regolamentazione segregazionista se non di accellerare la loro definitiva scomparsa e lasciare una buona volta scomparire anche il ricordo delle antiche varietà di ortive, leguminose, cereali e frutti per sostituirle con i semi globali ibridi e OGM per un progetto di agricoltura geneticamente delegata alle multinazionali? Un tempo le sementi erano un’eredità e passavano di generazione in generazione: cosa lasceremo ai nostri figli da seminare, solo OGM e ibridi che non si possono riseminare?

(tratto da http://www.biodiversita.info/)

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4 thoughts on “L’Arca dei semi”

  1. Non posso fare altro che riportarti un brano dal link alla petizione online che avevo riportato: il trattato UPOV91 intacca il diritto di risemina dell’agricoltore, ovvero il privilegio che l’azienda agricola ha di riseminare traendo seme da una parte dei propri raccolti.
    Io il trattato non l’ho letto, mi fido.
    Non c’e’ una guerra civile perche’, nonostante le norme, ci sono ben pochi controlli (e vorrei vedere, con tutte le aziende agricole che ci sono in Italia) e quindi – immagino – i contadini riescono ancora a fare bene o male come hanno sempre fatto. Ma se qualcuno decidesse di stringere la morsa su questa questione, gli strumenti normativi per farlo ci sarebbero gia’ tutti. Per questo la petizione.
    La questione della risemina tocca indirettamente anche quella delle varieta’ non ibride e non registrate, che vanno scomparendo. Le nuove varieta’ “legali”, ibride, sono tali per cui i “semi non si possono riseminare se non penalizzando fortemente la possibilità di raccolto”. Insomma, tutto va nella direzione di rendere sempre piu’ dipendenti i contadini dall’acquisto annuale delle sementi. Non c’e’ nemmeno bisogno di chiedersi chi ci guadagna. Noi di certo no, i contadini nemmeno e l’ambiente neanche.

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