Intelligenza autoreferenziale… – add on

[Il “trittico” di Wu Ming di cui si parla nel post Intelligenza autoreferenziale e “popular culture” ha scatenato in rete un dibattito ampio e variegato, in cui pero’ sembrano abbondare i fraintendimenti.
Riposto qui un commento di Wu Ming 1 apparso sul blog di Loredana Lipperini, che sgombra il campo da un po’ di equivoci]

Non so, non so…

Io vedo molta confusione (trasversale) tra “pop”, “di massa”, “popolare” e “nazional-popolare” (nell’accezione inaugurata dalla polemica Baudo-Manca, non in quella originaria, gramsciana).
Vedo, percepisco questa confusione anche tra insospettabili.

Tu ti sforzi di ragionare a mente aperta sulle potenzialità della popular culture, al cui interno ci troviamo tutti quanti, nessuno può chiamarsi fuori da questa mappa 1:1, da questa galassia vastissima, eterogenea, molteplice, differenziata, caotica, transmediale e per giunta in corso di radicale trasformazione…

Risultato: ti accusano di difendere a spada tratta Mammuccari (?), di fare l’apologia del “commerciale” (!), di essere acritico nei confronti del trash (il… trash?!) etc.

Tu manco ci avevi pensato, a Mammuccari (mai visto alcun suo programma) o alla De Filippi (figurarsi): parlavi di tutt’altro, di nuovi modelli di partecipazione, di fan fiction, di riutilizzo creativo, di reinterpretazione selvaggia della cultura, del fatto che la risposta sempre più attiva e creativa da parte di quello che un tempo era “il pubblico” si avvia a essere la regola, non l’eccezione, e questo è l’esito di processi orizzontali, comunitari, e su questo potrebbe, dovrebbe far leva chi vuole produrre e diffondere cultura critica… Cazzo, facevi pure un tot di esempi…

…ma no, a loro viene in mente la De Filippi.

Evidentemente sono loro, i bacati, i rovinati dal “commerciale”, quelli che non riescono a schiodarsi da un mondo di clichés, media unidirezionali e masse passive.

Ad ogni modo, repetita iuvant:

Per “cultura popolare”, in Italia, di norma si intende quella folk, pre-industriale o comunque sopravvissuta all’industrialismo, studiata dai vari De Martino etc. “Cultura popolare” sono i cantores sardi, per dire, o la tarantella.

Chi usa l’espressione fuori da quel contesto, di solito si sta riferendo a quella che in inglese si chiama “popular culture”, che però è un’altra cosa. Inoltre, il più delle volte il dibattito riguarda la merda e la spazzatura che ci propina la tv generalista italiana, come se il “popular” fosse per forza quello là, mentre esistono distinzioni qualitative ed evoluzioni storiche, altrimenti dovremmo pensare che “Sandokan”, “Star Trek”, “Lost”, il TG4 e “La pupa e il secchione” sono tutti allo stesso livello, o che Springsteen, i REM, Frank Zappa e Shakira vanno tutti nello stesso calderone, o che non esistono distinzioni tra i libri di Ellroy e quelli delle barzellette su Totti, dato che entrambe le tipologie le ritrovi in classifica.

Il problema è che la definizione di “popolare”, oggi in Italia, è tirata in ballo soprattutto da due schieramenti l’un contro l’altro armati, e dalle cui schermaglie dovremmo tenerci distanti:
– da un lato della barricata ci sono quelli che usano il “popolare” come pretesto per giustificare che producono e spacciano merda;
– dall’altra ci sono quelli che disprezzano qualunque cosa non venga consumata da un’élite.

Sono due schieramenti speculari, l’uno sopravvive grazie all’altro.

In Italia la “popular culture” eravamo soliti definirla “cultura di massa”, espressione che ha un omologo anche in inglese (“mass culture”), ma Henry Jenkins fa notare che il nome ingenera un equivoco, e inoltre c’è una sfumatura di significato tra “mass culture” e “popular culture”.

L’equivoco è che, certo, “cultura di massa” è quella che viene veicolata dai media (cinema, tv, discografia, fumetti etc.); ma non necessariamente deve essere mainstream e consumata da tantissima gente: infatti rientra in quella definizione anche un disco che si rivolge a una minoranza di ascoltatori, o un particolare genere cinematografico apprezzato in una nicchia underground. Oggi, poi, è così la stragrande maggioranza dei prodotti culturali, viviamo sempre più in un mondo di infinite nicchie, di proliferazione di sotto-sotto-sottogeneri. Il mainstream generalista e (diremmo in Italia) “nazional-popolare” è meno importante di quanto fosse un tempo, e continuerà a ridimensionarsi.

La sfumatura di significato, invece, consiste in questo:
“mass culture” indica come viene trasmessa questa cultura, vale a dire attraverso i mass media;
“popular culture” invece pone l’accento su chi la recepisce e se ne appropria. Di solito, quando si parla del posto che la tale canzone o il tale film ha nella vita di un singolo o di una coppia (“La senti? E’ la nostra canzone!”), o di come il tale libro o il tale fumetto ha influenzato la sua epoca, si usa l’espressione “popular culture”.

E’ evidente, dunque, come la cultura partecipativa che vediamo sorgere oggi in rete rientri nella definizione di “popular culture”.

Sarebbe bello tenerle in considerazione, queste sfumature, e cercare di evitarli, quegli equivoci, anziché investire le prime col falciaerba e coltivare i secondi come fossero le piante carnivore in grado di divorare l’Odiato Nemico.
E’ un’utopia, lo so.

5 thoughts on “Intelligenza autoreferenziale… – add on”

  1. Pensavo di copincollare un estratto dal booklet di “Maledetti (Maudits)” degli Area, che esprime assai bene cosa intendessero Stratos, Fariselli & Co. per “International POPular Group”, ma il layout di foto e testo frammisti in modo inestricabile faceva impazzire l’OCR, sicché fanculo tutti, fanculo il mondo, riennevaplù.

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