Intelligenza autoreferenziale e “popular culture”

Tempo fa lessi una serie di tre scritti* di Wu Ming (come chi e’ Wu Ming?) che mi diedero da pensare un po’. Gli articoli riprendevano la tesi di Steven Johnson, autore di “Tutto quello che fa male ti fa bene”. Un estratto:

La tesi fondamentale di questo libro è che la cultura pop, negli ultimi trent’anni, abbia nutrito i cervelli con una dieta così portentosa da produrre un aumento costante delle nostre capacità cognitive e dei nostri Quozienti di Intelligenza. L’esatto opposto dell’opinione comune: televisione e videogiochi sono l’oppio dei popoli, la società di massa tende ad appiattire l’encefalogramma degli individui, se un prodotto culturale si rivolge al grande pubblico dev’essere per forza stupido, piatto, livellato al ribasso pur di accontentare il volgo. A ben guardare, prima ancora dell’ipotesi, a essere inedita è la premessa metodologica dell’intero libro: mettiamo da parte il contenuto, dice Johnson. Il punto non è se Lost sia di destra o di sinistra, arte o spazzatura. Può anche darsi che i prodotti della cultura di massa siano ormai un inferno di immoralità e abiezione, in qualsiasi settore; di certo, sono sempre più complessi e diversi, ricchi di sfide per la mente, capaci di sviluppare il nostro desiderio innato di risolvere problemi (e non di narcotizzare i neuroni con un ambiente privo di stimoli). In una parola: intelligenti.

Devo ammettere che li’ per li’ mi aveva pure convinto.E’ vero, soprattutto le nuove generazioni sono in grado di gestire livelli di complessita’ fino a poco tempo fa inimmaginabili, che si tratti di serie televisive, videogiochi o altri prodotti della cultura di massa. Tutto vero, se si astrae da quella piccola premessa, “mettiamo da parte il contenuto” e se si finge di credere che “aumento di complessita’” sia uguale a piu’ intelligenza. Se la definizione di intelligenza avesse qualcosa a che fare con il numero dei dati elaborati e la velocita’ con la quale li si elabora, si dovrebbe dire che un pc di ultima generazione e’ “piu’ intelligente” di un 386. Ma e’ vero?Questa e’ una definizione di intelligenza che porta troppo vistosamente il marchio della societa’ in cui e’ nata, che e’ sempre piu’ tecnologizzata, che passa sempre piu’ attraverso i computer, che accumula nozioni e dati e quindi richiede che li si elabori piu’ in fretta. E’ una definizione autoreferenziale, insomma. Si prendono le caratteristiche piu’ salienti e le si assume come valori, senza considerarne le implicazioni. Una, per esempio: se la capacita’ di calcolo avesse a che fare con l’intelligenza, dovremmo dire che un autistico in grado di fare calcoli astronomici a mente e’ piu’ intelligente di una persona “normale”. Se fosse vero che questa overdose di informazione velocizzata ha aumentato l’intelligenza media dei fruitori, cioe’ soprattutto delle nuove generazioni, cio’ si vedrebbe in primo luogo a scuola, mentre e’ proprio li’ che il panorama si fa piu’ desolante. Prescindere dai contenuti, cosi come dalle scale di valori, significa abdicare ad uno dei tratti distintivi dell’intelligenza umana, che non e’ solo capacita’ di calcolo ne’ risposta automatica a stimoli (che’ questo ci ridurrebbe a computer o ad animali), ma appunto rielaborazione in termini di contenuti e valori.

 

*I link alle prime due parti si trovano all’interno dell’articolo.

 

Update 13/02:
Ho trovato questo post, in cui l’autore, a partire dagli stessi articoli di Wu Ming, dice cose molto molto interessanti su cultura popolare e cultura “alta”. Consigliato a chi si perde a riflettere su questo genere di cose.

25 thoughts on “Intelligenza autoreferenziale e “popular culture””

  1. Tieni conto che Steven Johnson (ma anche i WM, comunque) i “paletti” li mette, fa tutte le doverose premesse. Vero, quel tipo di intelligenza non esaurisce lo spettro dell’intelligenza, è proprio per quello che si parla di “intelligenza emotiva”. Però non dimentichiamo che il luogo comune più diffuso su videogame ecc. dice che fanno diventare stupidi e deficienti, e allora è importante dire con forza che non è affatto così. La cosa che non mi convince di quello dche scrivi tu è “se ci fosse più intelligenza si vedrebbe nella scuola”. Sei sicuro? E se fosse la scuola a non riuscire a stimolare ragazzi che invece sono intelligenti e lo dimostrano fuori dalla scuola? Se la didattica fosse antiquata e senza alcun legame con quello che i ragazzi vivono? La maggior parte degli insegnanti (ne conosco un bel po’) ha il preconcetto che fuori dal tempo scolastico i ragazzi si dedichino ad attività che rendono stupidi o che, comunque, non fanno diventare intelligenti. Se invece l’insegnante avesse curiosità per il modno che un adolescente vive, forse capirebbe anche come insegnare in un modo che stimoli i ragazzi. Si gioca a videogame intricati sull’antica Roma e poi ci si ritrova a scuola, con l’antica Roma insegnata in modi stereotipati, oppure si fanno le gare di rap freestyle e si improvvisano versi in una frazione di secondo, però poi la prof di italiano insegna la poesia in modo arido e noioso…

  2. Tra l’altro non si sta parlando di “capacità di calcolo”, ma di “problem solving” ( cioè un’attività che ha bisogno di capacità improvvisativa e di immaginazione, caratteristiche molto umane) e di interazione creativa con la popular culture (fanfiction e cose del genere). Il punto dei tre articoli mi sembra quello, il fatto che oggi molta più gente crea e produce cultura, non la difesa acritica della cultura di massa.

  3. Sulla questione della scuola ci sarebbe da discutere parecchio. Ci ho pure pensato, al fatto che certamente c’e’ un elemento di “attrito” da parte di insegnanti che non riescono a stare al passo con gli studenti. Ma in generale, almeno per quello che ho potuto vedere e sentire, i commenti non sono positivi, anche da parte di insegnanti giovani, preparati e motivati (ne conosco di persona e non ho ragione di dubitare di quello che raccontano, e ne raccontano di belle).
    Sul fatto che adesso c’e’ una maggior quantita’ di gente che partecipa alla produzione di contenuti culturali, quello e’ indubbio, sono numeri. Ma “cultura” non significa necessariamente qualcosa di buono, in questa accezione. Manca appunto la valutazione del contenuto.
    Tutte le mie obiezioni stanno li’. Se si prescinde dai contenuti, il discorso fila, ma quello che io contesto e’ proprio che si *possa* prescindere dai contenuti. Per te non e’ una “difesa acritica della cultura di massa”, a me sembra che, messa cosi’, finisca per sembrarlo.

  4. Non credo che “prescindere dai contenuti” fosse un’indicazione per il futuro. Mi sembrava che il senso fosse: “Per un momento, proviamo a non pensare al contenuto, e vedremo che…” Una volta capito che ci sono potenzialità, ci si mette al lavoro. Onestamente, non mi sembra che i Wu Ming non stiano cercando di cambiare i contenuti della cultura di massa, anzi.

  5. °°Onestamente, non mi sembra che i Wu Ming non stiano cercando di cambiare i contenuti della cultura di massa, anzi.°°

    Ah, su questo concordiamo senz’altro; apprezzo molto il loro lavoro, ho letto diverse cose loro (tanto per dire, considero “Q” un capolavoro, senza mezzi termini) e anzi vorrei che ci fossero piu’ Wu Ming/Luther Blissett in giro, farebbe sicuramente bene. Quello che credo e’ che questi articoli possano essere fraintesi, o peggio strumentalizzati; non e’ difficile appiattire il messaggio su un generico “la tv fa bene” e non credo affatto che fosse questa la loro intenzione. Ma forse sono pessimista io e il messaggio e’ chiarissimo, boh…

  6. Che bell’argomento.Posso essere d’accordo con entrambe le tesi? A me sembra che un maggior numero di stimoli, un accesso ad un gran numero non solo di informazioni ma anche di esperienze, vissuti ecc non possa che migliorare (se non altor nel senso di rendere più varia, più elastica..) l’intelligenza. Però concordo anche con Uppe sul discorso della frenesia. Immagazzinare dati è un’abilità che sicuramente può anche essere allenata ed aumentata, ma questi dati hanno pur sempre bisogno di essere elaborati. E questo secondo me comporta due processi: uno cognitivo, che implica la capacità di “catalogare”, di stabilire correlazioni ecc, e l’altro emotivo. Ossia è necessario che la conoscenza diventi anche autoreferenziale, riferita alla nostra esperienza, ma non solo da un punto di vista cognitivo, anche filosofico (mi pare…)

  7. Sul secondo punto sono d’accordo, e’ la rielaborazione che fa la differenza.
    Sul primo non saprei… fino ad un certo limite e’ vero, ma c’e’ chi sostiene che un eccesso di stimoli sia dannoso; e in effetti si parla ormai da tempo di “bombardamento mediatico”, troppe informazioni da troppe fonti, che finiscono per creare stress anziche’ arricchire. Forse il punto sta nella velocita’ di apprendimento, cioe’ se si faccia in tempo oppure no ad elaborare le informazioni ricevute, se il fiume di informazioni in entrata venga “macinato” correttamente o contribuisca solo a far mucchio.
    Poi c’e’ anche un altro aspetto: e’ vero che sempre piu’ persone contribuiscono all’elaborazione culturale diffusa, ma sono comunque ancora una minoranza; la maggior parte della gente e’ ancora costituita da semplici fruitori passivi, quelli che cominciano a rielaborare attivamente i contenuti culturali per poi rimetterli in circolo sono solo una frazione del totale. Sugli altri il surplus di informazioni temo che abbia spesso un effetto negativo: filtrare tutto e’ faticoso e quindi si finisce per non filtrare piu’ niente. Insomma, tutta questa consapevolezza attiva, che dovrebbe essere il primo frutto di un’accresciuta intelligenza dovuta alla varieta’ di stimoli, io mica la vedo ancora, se non in ambiti abbastanza ristretti.

  8. Il tizio del post in trackback, per ovvie ragioni di calendario, commenta soltanto il primo dei tre articoli dei WM, quindi benché dica cose interessanti risulta un po’ “fuori fuoco” rispetto a come si è sviluppata la discussione (hai visto che ti linkano su carmilla? per questo sono ricapitato qui :-))) Per esempio le indicazioni concrete su come operare nel pop fornite dai WM nel terzo testo dovrebbero scongiurare i pericoli che paventa il nottambulo attico….

  9. Si, ho visto il link su carmilla, gulp.
    E’ proprio li’ che ho trovato il link all’articolo di nottiattiche e l’ho segnalato qui perche’ mi era piaciuto, anche se focalizza l’attenzione solo sul primo articolo; mi e’ parso molto interessante il discorso sulla complessita’ della cultura del passato, di cui non percepiamo piu’ lo spessore per sopravvenuta mancanza di riferimenti culturali.

  10. Per l’attenzione prestata alle sue divagazioni, il ‘nottambulo attico’ ringrazia sia ‘Lisola dei Lotofagi’ che la sua ‘community’ (sì, anche a me questo termine non garba, ma tant’è…).
    Riguardo l’oggetto della discussione, spero che dalle argomentazioni del mio post si sia compreso che non dissento incondizionatamente dai giudizi di Wu Ming 1, anzi: gli esempi da me riportati in parziale opposizione ai suoi ragionamenti sono cavati da una mia personale riflessione (ed esperienza) su queste tematiche che, già per il passato, mi fecero guardare alla contemporanea cultura ‘pop’ sotto una luce non del tutto dissimile da quella che colora i discorsi di WM. Al quale riconosco il merito d’aver dato una forma franca e dignitosa, rendendolo oggetto di dibattito culturale, a un atteggiamento critico che in forma embrionale (e a volte solamente provocatoria) covava già in molti ambienti intellettuali.

    Tornando agli esempi da me citati nel post, ricordo che nel 2000 assistetti a una gara di rap freestyle e non potei fare a meno di pensare a strambotti, stornelli e cantimbanchi, ovvero a quella vastissima cultura popolare che (spesso ‘à l’improvisade’, come gli odierni rappers) diede forma, nei secoli passati, all’universo complesso del poema eroicomico; il tutto sotto gli occhi incuranti di certi antichi intellettuali ‘snobboni’, che nel frattempo perseveravano a scrivere epistole e noiosissimi esametri in latino. Non sono del tutto convinto che tra questi e gli odierni francofortisti (o derivati) si possa stabilire un parallelismo, ma neanche lo escludo…

    Quello che nel mio post volevo significare con l’esempio dei poemi cavallereschi (e con altri esempi) è come le problematiche relative alla ‘complessità’ del pop, ai suoi momenti di strabiliante ‘accelerazione’ creativa e soprattutto al suo delicato rapporto di equilibrio con la cultura ‘alta’, non siano una novità di questi tempi. O almeno: la novità non sta nel ‘pop’. Il termine della discussione più problematico è oggigiorno, a mio avviso, proprio la cultura ‘alta’. La quale sembra totalmente inadeguata a fungere da riferimento dialogico-creativo, nonché priva di istituzioni, di classi o quant’altro che riescano a rappresentarla (intendo: in maniera convincente…). Peraltro, tra i commenti al post, ho anche avanzato l’ipotesi che entità come Wu Ming possano in futuro, e in un tal senso, coprire il ruolo di referenti. E ribadisco che la mia ipotesi non voleva essere provocatoria (e a chi non piace Q?)…

    Resto dell’idea che, quando i problemi relativi alle odierne produzioni culturali non siano osservati dall’angolatura qui sopra descritta, si finisca per girare intorno alla questione; e che, conseguentemente, costituisca un intralcio all’analisi critica il bearsi eccessivamente dell’attuale vivacità creativa del pop. Peraltro, come dice Marco Arrighi, solo il primo articolo ‘wuminghiano’ era stato oggetto delle mie divagazioni. E confesso che devo ancora aggiornarmi sugli sviluppi della discussione, dalla quale non escludo emerga una posizione più articolata di WM rispetto al problema. Nè la cosa mi soprenderebbe (anche se mi è difficile immaginare come ciò possa avvenire senza inquadrare la questione in una più complessa riflessione politica).

    Da questo mio intervento spero che, della mia posizione su tali materie, non esca un’immagine ‘cerchiobottista’. A parte un mio connaturato scetticismo, e un’idiosincrasia per le esagerazioni ‘poppologiche’ che ho maturato frequentando l’ambiente artistico, sono sinceramente convinto che vi sia del buono nell’operato di WM; solo, mi piacerebbe che tutto il dibattito sulla questione facesse, per così dire, un ‘salto’ ulteriore. Il che, passando dal ‘cerchiobottismo’ a una più strutturata riflessione politica, non deve significare necessariamente rispolverare Lùkacs o la lotta armata…

    E adesso vi lascio, ché vado ad aggiornarmi…

    Un saluto a tutti

  11. Luca, grazie della visita. :)

    Mi pare che lo sviluppo del discorso, nei due articoli seguenti, si focalizzi soprattutto sulla natura del mezzo, o meglio sulle conseguenze inevitabili del mezzo sul prodotto culturale che ne viene fuori. E’ indubbio, gli attuali mezzi di comunicazione/interazione non hanno mai avuto un parallelo in tutta la storia umana conosciuta, sia per la velocita’ di scambio, sia per la loro diffusione. Secondo me sta proprio in questo la differenza. La possibilita’ stessa di interagire fa si che molte piu’ persone vogliano farlo e lo facciano. La “transmedialita’” di cui parla Wu Ming complica ulteriormente le cose: L’epopea di Matrix, per fare un esempio, è spalmata su diversi supporti: ci sono tre film, diversi videogiochi, una serie a fumetti e cartoni animati, senza contare le innumerevoli produzioni dei fan, impossibili da catalogare, ma che senza dubbio riempiono gli ambiti lasciati vuoti dai fratelli Wachowski: teatro, letteratura, abbigliamento e quant’altro. E questo e’ solo un esempio.

    Bene, tutto questo e’ molto bello (dico sul serio), ma quello che non vedo e’, di nuovo, un sia pur minimo giudizio di valore. Sembra quasi che ci sia una sorta di timore nel voler giudicare tutti questi prodotti, come se, essendo buono il meccanismo che li produce (e in effetti lo e’, almeno in potenza), debbano per forza essere buoni anche tutti i risultati. Invece chiunque abbia scavato un po’ in questa immensa produzione culturale sa che, accanto a cose davvero interessanti, c’e’ un sacco di spazzatura. E allora va bene l’entusiasmo per tutto questo fermento creativo, ma temperato da un po’ di senso critico, magari.

  12. Non è che io voglia passare per l’avvocato difensore, ci mancherebbe, però a me sembrava scontata la premessa: teniamo in disparte per un attimo i nostri giudizi di valore su questa o quell’opera, e invece indaghiamo le dinamiche con cui quell’opera viene creata, fruita e modificata. Le posizioni dei WM sulla merda che circola sono notorie e chiarissime, sono anche tra i pochi ad aver attaccato gli intellettuali che per snobismo esaltano il trash. Qui lo scarto stava proprio nel prescindere per un attimo da questo per cercare di capire dove stia il bambino e dove l’acqua sporca, per non buttare via entrambi. Dell’acqua sporca se ne sono occupati in continuazione, in questi tre articoli mi sembra abbiano messo dentro le braccia x tirar fuori il bambino. C’è anche un chiaro accenno alla “tv spazzatura di cui faremmo volentieri tutti a meno”. Non mi sembra si vada molto avanti nella discussione continuando a stare fermi sul fatto che c’è l’acqua sporca, siamo d’accordo tutti quanti su questo. Insomma, la natura del percorso dei WM, anche e soprattutto critico, e le loro posizioni mi sembrano talmente evidenti da poter permettere loro di dare qualcosa per scontato, altrimenti tocca sempre dire e ricapitolare tutto quanto, diventa difficilissimo se non impossibile fare un discorso che vada a parare da qualche parte. I contenuti (e le forme) dei WM non sono gli stessi di Maria De Filippi, e quando scrivono qualcosa credo possano dare per scontato che nessuno li assimilerà a Maria De Filippi. O no? :-)))

  13. Grazie della segnalazione, ora vado a leggermi l’articolo.
    Intanto posso dirti che per me non e’ cosi’, cioe’ non si puo’ pretendere che chi legge un articolo – o tre articoli come in questo caso – conosca vita, morte e miracoli dell’autore. Sono per l’autonomia del singolo prodotto: un pezzo (un articolo di giornale, un libro, etc.) deve stare in piedi da solo, senza presumere nel fruitore conoscenze che quest’ultimo potrebbe non avere e comunque non e’ tenuto ad avere.

  14. Dopo aver letto l’articolo, aggiungo che la puntualizzazione di WM1 sulle potenzialita’ politiche delle “dinamiche sociali, di interazione, di cooperazione, di riutilizzo, di scambio, di costruzione di comunità” e’ importante e la sottoscrivo senza esitazione.
    Sul fatto che “questa recensione di King va vista nel contesto di quel che ho scritto sull’argomento nel corso degli anni” resto invece della mia idea: non si puo’ pretendere che chi legge l’articolo di WM sappia tutto quello che ha scritto “nel corso degli anni”; altrimenti il dibattito si restringe a una cerchia di fedelissimi e non serve a molto.

  15. Ripeto: secondo me la premessa sul “mettere da parte per un momento il giudizio di valore” negli articoli era esplicita, non soltanto implicita.
    Quello che aggiungo io è che oltre al testo esiste il contesto, e ogni testo è pensato per un contesto e per un pubblico, altrimenti diventa impossibile scrivere.
    Se tutti gli articoli fossero sempre pensati per chi non conosce proprio nessun antefatto, non potremmo mai usare il nome “Berlusconi” senza metterci anche una nota con il curriculum vitae del personaggio, che invece si può dare per scontato.
    Se Scalfari scrive su Repubblica un pezzo sulle liberalizzazioni, non è che deve iniziare ricapitolando tutte le sue prese di posizione sull’argomento negli ultimi quarant’anni, se lo facesse non arriverebbe mai al punto (e già i suoi articoli sono chilometrici!!).
    Insomma, credo che un pezzo dei WM pensato e pubblicato su Carmilla, che è praticamente casa loro, o addirittura incluso in Giap, che è il loro “organo ufficiale” sia pensato per lettori che già conoscono, almeno in parte, il loro pensiero sulla materia. Per questo non hanno avuto bisogno di dire che in giro c’è merce culturale di pessima qualità. Come se poi non lo sapessimo già anche noi… E dico di più: mi sembrano articoli scritti soprattutto per gli altri scrittori, quelli che ancora non si sporcano le mani con la vile cultura di massa, è detto in maniera molto chiara: noi narratori dovremmo fare questo e quest’altro e quest’altro ancora.
    Comunque, detto questo, da lettore e anche da spettatore e gamer credo che possano venire fuori cose interessanti dalle indicazioni pratiche fornite alla fine di questa terna di articoli.

  16. Molto interessante e vivace questa discussione.
    Distinguerei tra la posizione di upuaut, che legittimamente e anche correttamente segnala un rischio legato all’interpretazione del nostro “trittico”, e i fraintendimenti rozzi, ignoranti, arroganti e persino interessati e in malafede che il discorso sul pop sta incontrando.
    Ad ogni modo, c’è un grande equivoco di fondo, inutile negarlo. Meglio prenderlo di petto. Ho appena cercato di farlo in un commento su Lipperatura. Spero di esserci riuscito almeno in parte.

  17. Perbacco, benvenuto anche a WM1.

    Letto il commento su Lipperatura; si, direi che ci sei riuscito benissimo, a chiarire sia la tua posizione (sulla quale non avevo dubbi) che l’equivoco di base attorno alla definizione di “mass culture” e “popular culture”. Mi piacerebbe anzi ripostarlo qui come nuovo topic, se non hai nulla in contrario.

    Ma ora, dopo aver letto tutto il thread e alcune delle sue ramificazioni, mi pare di capire che simili fraintendimenti siano forse inevitabili. Ho lasciato di la’ un commento-papiro piuttosto confuso, che non riporto qui per amore di brevita’, ma in sostanza sono d’accordo con te che sia almeno per ora abbastanza utopico chiedere di “tenerle in considerazione, queste sfumature, e cercare di evitarli, quegli equivoci”.

  18. @ Marco:

    Hai ragione quando dici che la collocazione originale del “trittico” presume un contesto informato, ma a mio avviso non hai tenuto conto della natura stessa della rete, per la quale un pezzo qualsiasi puo’ venire all’istante replicato al di fuori del proprio contesto e quindi diventare accessibile a un pubblico molto piu’ eterogeneo. Non credo si possa non tenerne conto, ormai. Certo, se il trittico fosse rimasto all’interno di Carmilla/Giap, tutta questa discussione non avrebbe nemmeno avuto senso.

  19. Tremendo!

    Non ho letto tutto, ma riguardo la tesi iniziale, secondo la quale la cultura pop avrebbe, diciamo così, il desiderabile effetto collaterale di incrementare le capacità cognitive, beh, probabilmente è molto vero; e lo sostenne anche McLuhan, uno dei grandi apologeti della tecnologia e della comunicazione moderne. Ma già Heidegger aveva identificato anni fa (in modo mirabile) i meccanismi della tecnica, fra i quali forse ce n’è uno proprio adatto a dirimere la controversia: essa, aprendoci un numero enorme di possibilità, crea desideri dal nulla. Qui lo spazio è poco, ma credo che sia proprio questo che la rende così desiderabile e universalizzabile. Sotto questo punto di vista, essa è veramente l’ultimo travestimento di quella metafisica occidentale che ha sempre mirato a ridurre tutto a sistema (e quindi anche il mondo a se’, e questo meccanismo è forse la radice principe dell’imperialismo).
    Sentiamo davvero il bisogno di infiniti desideri e di infinite rappresentazioni cognitive? E poi la Playstation è l’oppio del 21esimo secolo. Solo che l’oppio è amico dei poeti, la Playstation no.

  20. Non mi e’ chiaro come la tecnica crei desideri dal nulla; intendi in senso terra-terra, cioe’ che per ogni gingillo elettronico che viene prodotto nasce il corrispondente “bisogno” che prima non c’era?. Se e’ cosi’ sono d’accordo e no, non sento affatto il bisogno di avere nuovi desideri ogni giorno, anzi, lo trovo disturbante e manipolatorio.
    Non mi e’ chiaro nemmeno il collegamento creare desideri dal nulla –> ridurre tutto a sistema –> imperialismo.
    La Play oppio del 21esimo secolo? Dipende da cosa ci fai girare su (e questo vale anche per il pc, naturalmente). Unreal Tournament e’ frenetico e piuttosto psicotico e al limite sviluppa riflessi rapidi (anche se limitati all’uso che se ne fa nel gioco); Morrowind o Oblivion (manco so se ci sono per play, vado a caso) sono mondi immensi in cui la complessita’ stessa della gestione di gioco ti costringe a sviluppare memoria, intuito, pazienza, capacita’ strategiche, persino intelligenza relazionale.

    p.s.: ne approfitto per farti i complimenti per un paio di tuoi articoli che avevo letto tempo fa, “Il diciottenne di Forza Nuova” e “Il marchio”.

  21. L’oppio rincoglionisce più o meno sempre, la Play Station non è detto. L’oppio ottunde i sensi e ti forma in faccia un sorriso da idiota, alcuni giochi per Play Station invece ti tengono sul chi vive, ti costringono a spremerti le meningi, ti propongono enigmi da risolvere, ti chiedono di improvvisare soluzioni a problemi. L’oppio ti dà un senso di temporanea soddisfazione, un tossico di oppiacei quando si fa non ha bisogno di nient’altro. Certi videogame di oggi, invece, fanno leva sul tuo senso di insoddisfazione per una cosa che non riesci a fare, desiderio di riuscire a farla, curiosità per quello che verrà dopo, sfida a te stesso. Direi che la metafora non c’entra niente…..

  22. Grazie per i complimenti, upuaut!

    Allora:
    i dispositivi della tecnica, aprendoci un numero enorme di possibilità, ci aprono anche a nuovi desideri che finiscono puntualmente per farci dimenticare, letteralmente, qual era il nostro. Per fare un esempio: i telefoni cellulari saranno pure utili, quando c’è necessità di essere reperibili, ma hanno creato nuovi desideri, come quello di essere perennemente in contatto per ogni motivo più stupido con chiunque tramite sms, che hanno finito per prevalere, e di gran lunga.
    Il collegamento con l’imperialismo si manifesta meglio nelle letture post-coloniali di Heidegger, che aveva già identificato la tecnica come ultimo travestimento della metafisica occidentale, dalle traduzioni latine di Aristotele a Nietzsche. Nell’ambito dei “cultural studies” si è giunti a disvelare tutto il pensiero occidentale come imperialista in senso profondo, ovvero come originariamente ignaro dell’esistenza di un’alterità da se’. Ma questo è un altro discorso che ci porta lontani…

    Ora veniamo al punto dei videogiochi.
    E’ vero che un Unreal Tournament porta ad uno sviluppo assurdo dei riflessi, ma il fatto che sia concepito per il multiplayer su internet implica tutta una serie di conseguenze: giocare bene significa anche partecipare ad una comunità virtuale, con i suoi vincoli sociali, le sue gerarchie, persino il suo linguaggio, la sua etica, la sua estetica! E questo oltre alle dinamiche vere e proprie del gioco. “Memoria, intuito, pazienza, capacita’ strategiche, persino intelligenza relazionale”: c’è tutto questo. Tuttavia, il problema è che quando un dodicenne sta ore da solo a casa a giocare al pc può sviluppare tutte le intelligenze relazionali virtuali che vuole: rischia però di sostituire in blocco i rapporti intersoggettivi che la psicologia sociale riconosce ormai apertamente decisivi per la formazione dell’individualità. A questo punto sarebbe da vedere in che misura, a seconda dei singoli casi, dei tempi e dei modi, essere membro di una comunità internettaria favorisca, oppure impedisca, oppure costituisca un’esperienza indipendente rispetto i vincoli sociali che si acquisiscono giocando e cazzeggiando con gli amichetti.

    Infine, difendo il mio paragone attaccato da Marco. Che l’oppio rincoglionisca, è tutto da vedere: l’unico suo problema è la dipendenza fisica che innesca facilmente, con connessi i vari danni all’organismo; d’altro canto mi risulta che la sindrome di dipendenza da videogiochi stia prendendo piede in modo preoccupante. Per il resto, l’idiota sorridente, che probabilmente prima di consumare oppio ha vissuto da ragazzino tutte quelle esperienze relazionali tanto importanti per maturare il rapporto con se’ stessi, sta vivendo una serie di visioni decisamente immaginifiche, radicalmente più vivide e fantasiose di un qualsiasi videogioco. Indubbiamente non sviluppa tutte quelle capacità cognitive proprie di Morrowind di cui si è parlato, ma il grande interrogativo che ci siamo posti era proprio capire quanto la loro insorgenza fosse opportuna.

  23. Uhm…
    Sui nuovi desideri siamo sostanzialmente d’accordo. Quanto al collegamento con l’imperialismo, io Heidegger non lo conosco se non di nome e per qualche reminiscenza liceale, quindi ti credo sulla parola. :) Invece la questione del pensiero occidentale come “originariamente ignaro dell’esistenza di un’alterità da se’” mi intriga molto, a livello puramente intuitivo. Se potessi fornirmi qualche indicazione biblio- o linkografica (tieni presente che non sono abituata al linguaggio “alto” della filosofia, non avendo seguito studi filosofici o sociologici), te ne sarei grata.

    Mi pare che tutto il discorso sui giochi ruoti attorno al problema della neutralita’ delle tecnologie, se sia o meno vero che una tecnica (o anche un linguaggio) possa considerarsi neutrale o se incorpori nelle proprie strutture giudizi di valore, anche soltanto in termini di selezione dei dati su cui opera. In generale propendo per la seconda ipotesi, quindi quando dicevo che la Play e’ dannosa o meno in relazione a quello che ci si fa girare su dicevo la mezza messa, come si suol dire. Era per non approfondire troppo la questione, ma in generale credo che sia vero che noi plasmiamo le tecniche e le tecniche plasmano noi. Nel caso dei giochi online, e’ vero, la tecnologia tende a creare comunita’ di utenti (amici? boh) che apparentemente non sembrano avere molto a che fare con il vecchio gruppetto che gioca a pallone e si sbuccia le ginocchia dietro l’oratorio. Non credo sia possibile stabilire a priori se cio’ sia un bene o un male (anche se a pelle preferisco il gruppetto che gioca a calcio), penso che sia una delle conseguenze inevitabili dell’introduzione delle tecnologie di cui stiamo parlando. Proprio inevitabili, a meno di non voler cancellare in blocco la tecnologia stessa. Tutto quello che si puo’ fare, secondo me, e’ cercare di capirci qualcosa, di disegnare nuove mappe, che e’ un po’ quello di cui parlava Wu Ming 1 quando accennava al fatto di cogliere le possibilita’ “politiche” di questi nuovi media.

    Sugli effetti dell’oppio non mi pronuncio, non avendoli mai sperimentati. :)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...