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Silenzio

Grillo urla

Tempo fa avevo quasi smesso di scrivere, mi sembrava che ci fosse già troppo rumore in giro. Da allora è aumentato esponenzialmente e sembra voler continuare ad aumentare. Tutti ossessionati dall’idea di esserci, di farsi vedere, possibilmente in prima fila. “Primo!”, scrive il primo commentatore. E nient’altro, solo “Primo”, il valore sta tutto lì, nessun contributo alla discussione, chissenefrega della discussione, io intanto “sono contento di essere arrivato uno”. Succedeva, magari da qualche parte succede ancora, ma ora c’e’ Twitter e tutti cinguettano, possibilmente per primi, e quando non arrivano primi si ritwittano e ri-ritwittano tra di loro, producendo un’immane massa di bit perlopiù inutili (tranne che al rafforzamento dell’Ego dei cinguettanti, immagino).

Cosi’ come sono perlopiù inutili i commenti ecolalici dei vari grillini che si ergono a difesa del capo. Grillo ha introdotto sdoganato e nobilitato “a sinistra” (a destra c’era già, soprattutto grazie a Bossi) un elemento che nel già ingestibile marasma della comunicazione online sta avendo effetti tremendi: il modello sbraitante. Ho dato un’occhiata al suo blog e c’è da mettersi le mani nei capelli. A parte la questione dei commenti manipolati e fatti sparire, che sulla gestione verticistica e da ducetti del duo la dice molto lunga, è proprio lo stile medio dei commenti che fa impressione: molti paiono cloni del Capo, ne ripetono a pappagallo gli slogan (“Grillo è un megafono!”, ripetono i minifoni) e soprattutto ne hanno adottato lo “stile”, chiamiamolo così, urlante, aggressivo, populista, massimalista.

La forza di attrazione di Grillo sta nell’avere l’aria di un tizio altrimenti ragionevole e pacato, che però è stato portato all’esasperazione da altri e da altro, e quindi urla. Non è così, Grillo ha sempre urlato, è proprio nel suo stile. Però questo gli permette di attirare due categorie molto diverse di persone: persone tranquille, oneste e giustamente esasperate da decenni di vergognosa gestione della cosa pubblica, che vorrebbero poter urlare, qualche volta, e che ora si sentono legittimate a farlo;  e quelli che invece urlano già per conto loro e che magari cominciano ad urlare ancor prima di collegare il cervello. Non è affatto un caso che abbia attirato così tanti ex leghisti: ci hanno ritrovato un’aria di famiglia, col leader che sbraita a loro e loro che si sentono in diritto di sbraitare ad altri. Cosi’ ora la rete è piena di… come definirli? Gente che ha bisogno di imporsi col volume di voce perchè non sa farlo attraverso la forza delle argomentazioni? Onesti e ingenui elettori vittime di una bizzarra forma della sindrome di Stoccolma, che alzano la voce per non sentire la vocina dentro che dice “Hai fatto una cazzata”?

Più in generale, sembra che l’arte dell’ascolto sia morta o moribonda, o quantomeno ampiamente svalutata. La cagnara va di moda e si porta con tutto. Quindi, insomma, la tentazione di tornare nell’ombra c’è. Mi rendo conto che significa darla vinta agli urlatori – chi urla vuole tacitare gli altri, sostanzialmente – e che, se tutti quelli che non sopportano questo clima si chiudessero nel silenzio e restassero solo gli urlatori, sarebbe devastante. Eppure eppure…

«Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire»

 

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L’Amicone di Benedetto Sedici

Nella diretta streaming di oggi del Fatto Quotidiano, il direttore di Tempi critica la copertina del Fatto perchè basta parlare di pedofilia nella Chiesa, è stato già fatto molto a riguardo” (ma nulla sulla richiesta specifica e del tutto ragionevole degli intervistati, e cioè che ai cardinali implicati in episodi di pedofilia non si permetta di partecipare al Conclave). Fa l’apologia dell’opacità, contrapposta alla trasparenza che da molte parti si chiede alla nuova Chiesa (e dice che una Chiesa trasparente creerebbe catastrofi… e perchè dovrebbe!?). A chi chiede una Chiesa pulita, dice che possiamo scordarci un *mondo* pulito, perchè noi stessi non lo siamo (ma la Chiesa non dovrebbe fare da modello? a che serve, se condivide col resto dell’umanità tutti i difetti possibili?). E chiama più volte il papa emerito “Benedetto Sedici”. Così, amichevolmente.

Poi c’erano il caporedattore di Radio Vaticana, con la sua bella faccia da prete, e il direttore dell’agenzia stampa Adista (“un’ agenzia di stampa «sul mondo cattolico e sulle realtà religiose»” come recita Wikipedia). Copertina a parte, pareva di ascoltare Radio Vaticana, altro che il Fatto. Una roba da far accapponare la pelle.

 

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L’inganno della meritocrazia

Pochi estratti da uno splendido pezzo di Alessandro Robecchi su MicroMega:

(…) parlare di merito in Italia appare un’operazione piuttosto complessa. Basta prendere l’elenco dei partecipanti ai convegni, simposi, assemblee e congressi dei giovani imprenditori italiani. La parola «merito» affolla i loro discorsi, spesso pronunciata con toni tribunizi, accenti da Savonarola, ultimatum. Premiare il merito! Riconoscere il merito! Valutare il merito! Il paese è fermo perché non si tiene nella dovuta considerazione il merito!
Poi, a scorrere i cognomi degli indignati domandatori di merito, si scopre che nove volte su dieci il merito della loro invidiabile condizione sociale è attribuibile alla rendita di posizione, all’eredità del babbo o del nonno che hanno fondato l’azienda, ai soldi di famiglia con cui hanno fondato la startup. Insomma ai meriti – o alle posizioni di privilegio – di altri.

(…) Ecco: non è vero che l’ascensore sociale è fermo, semplicemente è completo, occupato dalla nomenklatura, e la gente normale usa le scale, faticosamente e sbuffando. Mentre arranca, gradino dopo gradino, si sente gridare da chi sta salendo in ascensore: merito! Coraggio! Ci vuole merito!
Non risulta dalle mie pur capillari ricerche, un figlio di ministro o sottosegretario, o grande manager pubblico o privato, o maggiorente di ogni tipo, che frigga le patatine da McDonald o consegni pizze a domicilio.

(…) È proprio perché la classe dirigente italiana ha poco o nulla a che vedere con il merito che il discorso sul merito attecchisce rigoglioso.
Ed eccoci al secondo paradosso sul merito. La popolazione che non raggiunge i piani alti invoca il merito, il concorso non truccato, la posizione guadagnata per capacità e non per appartenenza castale, il duro lavoro anziché la strada spianata. Ne ha abbastanza dei privilegi, delle carriere già disegnate, delle corsie preferenziali. E dunque, ipnotizzata da una prospettiva di giustizia sociale basata sulla competizione, invoca il merito non sapendo o fingendo di non sapere che il suo merito verrà valutato proprio da chi sta in alto.

(…) Parlare di merito senza parlare di uguaglianza, dunque, si configura come una truffa con destrezza. Truffa, perché il discorso contiene un oggettivo premio di maggioranza per chi già è favorito per posizione sociale, tradizione familiare, disponibilità economica. E destrezza perché si tenta di convincere chiunque sia appena poco più che totalmente imbecille che il farsi strada nel mondo dipende da lui soltanto, dalla sua capacità, dal suo merito e non dalla struttura della società, dai suoi meccanismi profondamente ingiusti.
In pratica, qualunque discorso sul merito che prescinda dal discorso dell’uguaglianza non è altro che un chiaro disegno conservatore, volto a conservare, appunto, gli equilibri esistenti.

 

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Piccole pesti

E’ successo a tutti, prima o poi. In un supermercato, su un autobus, per strada. Di solito la scena prevede un marmocchio e la madre; a volte e’ il padre, meno spesso, a volte entrambi i genitori, ma la sostanza non cambia. La costante e’ questa: il marmocchio e’ eccessivamente rumoroso, strilla, cerca di attirare l’attenzione della madre, tocca tutto quello che puo’, corre di qua e di la’, magari fa boccacce agli sconosciuti o risponde malissimo alla madre. La madre di norma non sembra capace o desiderosa di reagire, anche quando e’ piu’ che evidente che il piccolo disturba i presenti. Sembra che questo non abbia alcuna importanza.
Ancora negli anni ’70 e ’80 scene come queste sarebbero risultate incomprensibili. La peste di turno si sarebbe presa uno scapaccione o un rimprovero minaccioso o entrambe le cose, e sarebbe finita li’. Adesso queste scene sono cosi’ comuni che quasi non ci si fa piu’ caso. O almeno, non ci fa caso chi non ricorda. Ma quando e’ cominciata? E soprattutto, perche’?

Un passo indietro e un inciso: questo post e’ frutto di alcuni scambi di idee avuti in chat. Chi pensa alle chat come a luoghi di puro divertimento o cazzeggio o tacchinaggio, e nient’altro, ne ha con ogni evidenza un’esperienza limitata.
Vediamo di recuperare i fili del discorso, e chiedo preventivamente scusa per l’andamento saltellante, che riflette quello della discussione.

Innanzitutto, non solo i genitori non fanno nulla o quasi per contenere i bambini, ma se un esterno si azzarda a rimproverarli reagiscono inviperiti, come se questo provocasse al piccolo chissa’ che traumi. A me sembra che si sentano rimproverati in prima persona, nella loro capacita’ educativa e nella loro “autorita’”, soprattutto, e che spostino la questione sul presunto danno al bambino. E questo sia che il rimprovero arrivi da un estraneo al supermercato, sia che provenga da una fonte un po’ piu’ preparata, come un insegnante.

In base ai miei ricordi, mi pare di aver visto diventare endemica questa cosa a partire dagli anni ’90; e non riesco a non pensare che il dilagare di questa forma di maleducazione (in senso stretto, nei riguardi dei figli, e in senso lato) sia andata di pari passo col crescente individualismo che ha via via permeato la nostra societa’ – e non solo la nostra – e con la simmetrica scomparsa progressiva di quella che io chiamo “etica di gruppo”.

Un tempo i bambini venivano educati prima di ogni altra cosa a non disturbare gli altri; se lo facevano, venivano immancabilmente rimproverati e anche puniti. Questa era quindi una lezione fondamentale, che dovevano imparare bene. Era una forma di educazione sociale. Ora non sembra avere quasi piu’ importanza, come piu’ in generale non sembra avere piu’ molta importanza l’altro da se’. Insomma, sembra la manifestazione piu’ lampante della scomparsa delle regole sociali di buona convivenza a dell’esagerata importanza che ha assunto l’Io. I figli, in fondo, sono proiezioni dell’Io, per la maggior parte dei genitori. Fino a non molto tempo fa per la maggior parte dei gruppi sociali il Noi era piu’ importante dell’Io e il gruppo sociale piu’ importante dell’individuo; quindi l’individuo doveva prima di ogni altra cosa imparare a comportarsi secondo le regole del proprio gruppo sociale. Anche prima i genitori proiettavano loro stessi nei figli – credo sia sempre stato cosi’, in fondo – ma i bambini erano essenzialmente la proiezione dell’Io inserito nel gruppo.
Riporto direttamente qualche brano dalla chat, che costituisce un buon esempio:

<Pape> penso a mio padre, p.es., che voleva il figlio calciatore a tutti i costi
<Pape> però rompeva le palle ai ragazzi perchè si impegnassero e dessero retta all’allenatore
<Pape> adesso no, i genitori giovani litigano con l’allenatore se tiene i figli in panchina
<Pape> prima il bambino doveva riuscire, però rispettando le regole e sforzandosi
<Pape> adesso sembra che riuscire sia un diritto di nascita

E qui c’e’ un altro punto: i genitori giovani, cioe’ quelli che, verosimilmente, erano bambini negli anni ’80.
Chi li ha vissuti probabilmente se li ricorda bene: yuppies, paninari, “Milano da bere”, arrivismo, carrierismo, mancanza di scrupoli e via dicendo. Il clima era profondamente consumistico, molto piu’ che negli anni precedenti; tutto sembrava alla portata di tutti, o almeno questo era il messaggio che la pubblicita’ (che in quel periodo affinava le proprie armi, grazie soprattutto alle nuove televisioni commerciali) comunicava. Il decennio precedente era stato caratterizzato, al contrario, dall’esaltazione idealistica, da una forte tendenza riformatrice, dalla caduta di tabu’ e dalla spinta rivoluzionaria, onda lunga del ’68, dai comitati di occupazione universitari e dagli interminabili dibattiti politici, in cui la dimensione sociale aveva ancora una grandissima importanza.
Non so se gli anni ’80 siano arrivati come una reazione esasperata a questo surplus di idealismo, forse e’ cosi’. Quel che mi appare certo e’ che portarono una spinta di segno nettamente opposto, spinta che perdura tuttora. Con qualche sussulto in direzione contraria, e’ vero: la new age, in cui gia’ il bisogno di grandi narrazioni si era spostato dalla dimensione sociale ad una piu’ intimistica, privata (e che fini’ per essere assimilata dalla deriva consumistica, diventando moda); e il movimento no global, breve fiamma che ha alimentato speranze per poi disperdersi in mille rivoli senza forza.

Tornando ai “genitori giovani”, questa generazione e’ stata la prima a venir cresciuta in un’atmosfera di sfrenato individualismo (pero’ omologante: individualisti tutti uguali), di mercificazione pervasiva e di sostanziale assenza di un’etica sociale; non c’e’ poi tanto da stupirsi se quei bambini sono diventati questi genitori. E non meraviglia nemmeno che i loro figli siano le piccole pesti che incontriamo quotidianamente.

 
 

Lo “status” di vittima

[Un recente articolo del manifesto mi ha fatto riflettere; ha a che fare con un discorso fatto da Miguel sulle "vittime e i vittimi" e con alcune cose su cui rimugino da un po'. Ne ripropongo gli stralci piu' significativi. Il grassetto nel corpo del testo e' mio, il corsivo e' originale]

“Una identità a misura di vittima”
di Daniele Giglioli
il manifesto di sabato 14 aprile 2007, pag.12

L’identificazione con la vittima è diventato il principale generatore di identità nella coscienza contemporanea, l’unico dispositivo discorsivo in grado di dar voce non tanto a un bisogno di avere (diritti, sicurezza, giustizia), quanto piuttosto a un desiderio di essere. Solo nella forma cava della vittima troviamo oggi un’immagine verosimile, anche se rovesciata, della pienezza di essere a cui aspiriamo (…).

Una macabra concorrenza
Quale potente della terra, grande o piccolo, politico o chiesastico, non dichiara che lui non si lascia intimidire? Quale operazione militare non si giustifica con la difesa delle vittime? Quale pulizia etnica, l’ex-Jugoslavia insegna, non prende le mosse dalla necessità di vendicare vere o presunte vittimizzazioni subite in un passato più o meno remoto? E quale migliore e peggiore esempio del conflitto israelo-palestinese, dove gli eredi delle vittime della Shoah vittimizzano gli abitanti dei territori occupati, i quali a loro volta negano l’esistenza della Shoah in un circolo infernale senza fine? I segni di questo processo sono ovunque.
Primo tra tutti, il fatto che il genocidio sia diventato il principale paradigma biopolitico del nostro tempo – quello nazista degli ebrei e tutti gli altri che a esso vengono a torto o a ragione paragonati – col risultato perverso di istituire le vittime stesse a paradossale e blasfemo oggetto di desiderio metafisico. Difficile spiegare altrimenti la macabra concorrenza tra i colpiti (il nostro è stato peggio del vostro, il nostro è l’unico vero, il mio è cominciato prima, il mio è durato più a lungo, tu non hai diritto di parlare del tuo perché non condanni abbastanza il mio, ecc.); o la demenza paranoide dei negazionisti (non è vero, quando mai, che genocidio, vi siete inventati tutto), che si autovittimizzano escludendosi da uno dei pochi assunti condivisi dell’intero consesso umano e richiudendosi nel ghetto dell’esecrazione universale; o la stupefacente comparsa di impostori quali il polacco Benjamin Wilkomirski o lo spagnolo Enric Marco, che si sono finti deportati ad Auschwitz quando non lo erano affatto: non era certo il loro un mezzo ingegnoso per sbarcare il lunario, ma qualcosa di infinitamente più doloroso, la spia di una mancanza ben più radicale. Se solo la vittima ha valore, se solo la vittima è un valore, allora quel valore non può che diventare oggetto di rivalità.

La sofferenza, fonte di diritti
Altri esempi potrebbero essere la recente «scoperta» del mobbing (come se gli operai della Fiat di Valletta non avessero mai ricevuto vessazioni); il proliferare di studi sulle «molestie morali»; l’ossessione tutta contemporanea per la pedofilia – quale migliore vittima di un bambino «innocente» e regredito a un angelico stato di asessualità prefreudiana? E, ancora, la moltiplicazione degli orgogli identitari ottenuti attraverso il rovesciamento di uno stigma (orgoglio nero, gay, femminile), con la conseguente istituzione di cattedre, dipartimenti universitari, convegni e pubblicazioni specialistiche, e soprattutto di leadership intellettuali e politiche che si autoinvestono della missione di rappresentare, tutelare, ri-vendicare sofferenze e sofferenti; la concentrazione spasmodica dei media su ciò che Luc Boltanski ha chiamato «lo spettacolo della sofferenza» e Susan Sontag «il dolore degli altri».
Identificazione, concorrenza, invidia. «Ciò che si desidera sottrarre alla vittima, per rivestirsene a propria volta – ha scritto Pascal Bruckner in La tirannia della penitenza. Saggio sul masochismo occidentale (…) – è l’eminenza morale, lo splendore tragico di cui sembra godere. La sofferenza dà dei diritti, è addirittura la sola fonte del diritto (…); l’afflizione resta padrona del campo; chiunque se ne impadronisca, si impadronisce anche del potere. La grande superiorità dell’infelicità sulla felicità sta nel fatto che procura un destino, e solo quest’ultimo ci dà il senso della nostra distinzione e ci colloca a pieno titolo in un’aristocrazia di reietti (…) Ormai il termine indica la trasmissione di un nuovo valore patrizio: il dolore ci innalza a un ordine nobiliare inedito. Eccoci dunque tutti legatari, da una parte e dall’altra della stessa barriera, tutti intenti a perpetuare una distinzione, una mancanza che ci marcano per sempre. Non creiamo più le nostre vite, ripetiamo le ferite di ieri». Di qui l’ossessione della memoria, una memoria scandita secondo «giorni» artatamente decisi dalle istituzioni, depositata in innumerevoli «libri neri» (del comunismo, del capitalismo, della psicoanalisi, ecc.) (…).

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Pubblicato da su 19 aprile 2007 in complessità, tetrapiloctomie

 

Intelligenza autoreferenziale… – add on

[Il "trittico" di Wu Ming di cui si parla nel post Intelligenza autoreferenziale e "popular culture" ha scatenato in rete un dibattito ampio e variegato, in cui pero' sembrano abbondare i fraintendimenti.
Riposto qui un commento di Wu Ming 1 apparso sul blog di Loredana Lipperini, che sgombra il campo da un po' di equivoci]

Non so, non so…

Io vedo molta confusione (trasversale) tra “pop”, “di massa”, “popolare” e “nazional-popolare” (nell’accezione inaugurata dalla polemica Baudo-Manca, non in quella originaria, gramsciana).
Vedo, percepisco questa confusione anche tra insospettabili.

Tu ti sforzi di ragionare a mente aperta sulle potenzialità della popular culture, al cui interno ci troviamo tutti quanti, nessuno può chiamarsi fuori da questa mappa 1:1, da questa galassia vastissima, eterogenea, molteplice, differenziata, caotica, transmediale e per giunta in corso di radicale trasformazione…

Risultato: ti accusano di difendere a spada tratta Mammuccari (?), di fare l’apologia del “commerciale” (!), di essere acritico nei confronti del trash (il… trash?!) etc.

Tu manco ci avevi pensato, a Mammuccari (mai visto alcun suo programma) o alla De Filippi (figurarsi): parlavi di tutt’altro, di nuovi modelli di partecipazione, di fan fiction, di riutilizzo creativo, di reinterpretazione selvaggia della cultura, del fatto che la risposta sempre più attiva e creativa da parte di quello che un tempo era “il pubblico” si avvia a essere la regola, non l’eccezione, e questo è l’esito di processi orizzontali, comunitari, e su questo potrebbe, dovrebbe far leva chi vuole produrre e diffondere cultura critica… Cazzo, facevi pure un tot di esempi…

…ma no, a loro viene in mente la De Filippi.

Evidentemente sono loro, i bacati, i rovinati dal “commerciale”, quelli che non riescono a schiodarsi da un mondo di clichés, media unidirezionali e masse passive.

Ad ogni modo, repetita iuvant:

Per “cultura popolare”, in Italia, di norma si intende quella folk, pre-industriale o comunque sopravvissuta all’industrialismo, studiata dai vari De Martino etc. “Cultura popolare” sono i cantores sardi, per dire, o la tarantella.

Chi usa l’espressione fuori da quel contesto, di solito si sta riferendo a quella che in inglese si chiama “popular culture”, che però è un’altra cosa. Inoltre, il più delle volte il dibattito riguarda la merda e la spazzatura che ci propina la tv generalista italiana, come se il “popular” fosse per forza quello là, mentre esistono distinzioni qualitative ed evoluzioni storiche, altrimenti dovremmo pensare che “Sandokan”, “Star Trek”, “Lost”, il TG4 e “La pupa e il secchione” sono tutti allo stesso livello, o che Springsteen, i REM, Frank Zappa e Shakira vanno tutti nello stesso calderone, o che non esistono distinzioni tra i libri di Ellroy e quelli delle barzellette su Totti, dato che entrambe le tipologie le ritrovi in classifica.

Il problema è che la definizione di “popolare”, oggi in Italia, è tirata in ballo soprattutto da due schieramenti l’un contro l’altro armati, e dalle cui schermaglie dovremmo tenerci distanti:
- da un lato della barricata ci sono quelli che usano il “popolare” come pretesto per giustificare che producono e spacciano merda;
- dall’altra ci sono quelli che disprezzano qualunque cosa non venga consumata da un’élite.

Sono due schieramenti speculari, l’uno sopravvive grazie all’altro.

In Italia la “popular culture” eravamo soliti definirla “cultura di massa”, espressione che ha un omologo anche in inglese (“mass culture”), ma Henry Jenkins fa notare che il nome ingenera un equivoco, e inoltre c’è una sfumatura di significato tra “mass culture” e “popular culture”.

L’equivoco è che, certo, “cultura di massa” è quella che viene veicolata dai media (cinema, tv, discografia, fumetti etc.); ma non necessariamente deve essere mainstream e consumata da tantissima gente: infatti rientra in quella definizione anche un disco che si rivolge a una minoranza di ascoltatori, o un particolare genere cinematografico apprezzato in una nicchia underground. Oggi, poi, è così la stragrande maggioranza dei prodotti culturali, viviamo sempre più in un mondo di infinite nicchie, di proliferazione di sotto-sotto-sottogeneri. Il mainstream generalista e (diremmo in Italia) “nazional-popolare” è meno importante di quanto fosse un tempo, e continuerà a ridimensionarsi.

La sfumatura di significato, invece, consiste in questo:
“mass culture” indica come viene trasmessa questa cultura, vale a dire attraverso i mass media;
“popular culture” invece pone l’accento su chi la recepisce e se ne appropria. Di solito, quando si parla del posto che la tale canzone o il tale film ha nella vita di un singolo o di una coppia (“La senti? E’ la nostra canzone!”), o di come il tale libro o il tale fumetto ha influenzato la sua epoca, si usa l’espressione “popular culture”.

E’ evidente, dunque, come la cultura partecipativa che vediamo sorgere oggi in rete rientri nella definizione di “popular culture”.

Sarebbe bello tenerle in considerazione, queste sfumature, e cercare di evitarli, quegli equivoci, anziché investire le prime col falciaerba e coltivare i secondi come fossero le piante carnivore in grado di divorare l’Odiato Nemico.
E’ un’utopia, lo so.

 
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Pubblicato da su 15 febbraio 2007 in complessità, popular culture, Wu Ming

 

Intelligenza autoreferenziale e “popular culture”

Tempo fa lessi una serie di tre scritti* di Wu Ming (come chi e’ Wu Ming?) che mi diedero da pensare un po’. Gli articoli riprendevano la tesi di Steven Johnson, autore di “Tutto quello che fa male ti fa bene”. Un estratto:

La tesi fondamentale di questo libro è che la cultura pop, negli ultimi trent’anni, abbia nutrito i cervelli con una dieta così portentosa da produrre un aumento costante delle nostre capacità cognitive e dei nostri Quozienti di Intelligenza. L’esatto opposto dell’opinione comune: televisione e videogiochi sono l’oppio dei popoli, la società di massa tende ad appiattire l’encefalogramma degli individui, se un prodotto culturale si rivolge al grande pubblico dev’essere per forza stupido, piatto, livellato al ribasso pur di accontentare il volgo. A ben guardare, prima ancora dell’ipotesi, a essere inedita è la premessa metodologica dell’intero libro: mettiamo da parte il contenuto, dice Johnson. Il punto non è se Lost sia di destra o di sinistra, arte o spazzatura. Può anche darsi che i prodotti della cultura di massa siano ormai un inferno di immoralità e abiezione, in qualsiasi settore; di certo, sono sempre più complessi e diversi, ricchi di sfide per la mente, capaci di sviluppare il nostro desiderio innato di risolvere problemi (e non di narcotizzare i neuroni con un ambiente privo di stimoli). In una parola: intelligenti.

Devo ammettere che li’ per li’ mi aveva pure convinto.E’ vero, soprattutto le nuove generazioni sono in grado di gestire livelli di complessita’ fino a poco tempo fa inimmaginabili, che si tratti di serie televisive, videogiochi o altri prodotti della cultura di massa. Tutto vero, se si astrae da quella piccola premessa, “mettiamo da parte il contenuto” e se si finge di credere che “aumento di complessita’” sia uguale a piu’ intelligenza. Se la definizione di intelligenza avesse qualcosa a che fare con il numero dei dati elaborati e la velocita’ con la quale li si elabora, si dovrebbe dire che un pc di ultima generazione e’ “piu’ intelligente” di un 386. Ma e’ vero?Questa e’ una definizione di intelligenza che porta troppo vistosamente il marchio della societa’ in cui e’ nata, che e’ sempre piu’ tecnologizzata, che passa sempre piu’ attraverso i computer, che accumula nozioni e dati e quindi richiede che li si elabori piu’ in fretta. E’ una definizione autoreferenziale, insomma. Si prendono le caratteristiche piu’ salienti e le si assume come valori, senza considerarne le implicazioni. Una, per esempio: se la capacita’ di calcolo avesse a che fare con l’intelligenza, dovremmo dire che un autistico in grado di fare calcoli astronomici a mente e’ piu’ intelligente di una persona “normale”. Se fosse vero che questa overdose di informazione velocizzata ha aumentato l’intelligenza media dei fruitori, cioe’ soprattutto delle nuove generazioni, cio’ si vedrebbe in primo luogo a scuola, mentre e’ proprio li’ che il panorama si fa piu’ desolante. Prescindere dai contenuti, cosi come dalle scale di valori, significa abdicare ad uno dei tratti distintivi dell’intelligenza umana, che non e’ solo capacita’ di calcolo ne’ risposta automatica a stimoli (che’ questo ci ridurrebbe a computer o ad animali), ma appunto rielaborazione in termini di contenuti e valori.

 

*I link alle prime due parti si trovano all’interno dell’articolo.

 

Update 13/02:
Ho trovato questo post, in cui l’autore, a partire dagli stessi articoli di Wu Ming, dice cose molto molto interessanti su cultura popolare e cultura “alta”. Consigliato a chi si perde a riflettere su questo genere di cose.

 
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Pubblicato da su 5 febbraio 2007 in complessità, popular culture, Wu Ming

 
 
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