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33 giorni, 30 anni
E’ tempo di anniversari, sembrerebbe.
La notte tra il 28 e il 29 settembre di trent’anni fa, ad un’ora rimasta imprecisata, moriva Albino Luciani, Giovanni Paolo I, dopo soli 33 giorni di pontificato. Il trentennale della morte di colui che la chiesa si appresta a beatificare – c’e’ pure un miracolo – e’ passato quasi inosservato: qualche articolo, sembra che circoli ancora un certo imbarazzo nel parlarne, pochi quelli che ricordano i dubbi che gravano ancora sulle vere cause della sua morte. Ratzinger, nel ricordarlo, prova a sterilizzare una delle affermazioni piu’ esplosive di papa Luciani («Dio è papà, più ancora è madre»), con l’unico effetto di far rimpiangere ancora di piu’ il suo predecessore.
Ho deciso di ricordare l’unico papa che mi sia mai piaciuto in un modo un po’ particolare: con un brano tratto da Habemus Papam di David Yallop, in cui l’autore esamina le prime azioni di Wojtyla all’inizio del suo pontificato, confrontandole con le decisioni che Luciani aveva preso sulle stesse questioni e che avrebbe certamente messo in atto se non fosse stato fermato prima.
Giusto per rimpiangerlo ancora un po’.

Vayanse al carajo!
Dell’America Latina qui da noi si parla poco, nonostante quell’area del mondo sia fondamentale per gli equilibri globali e costituisca un grattacapo serio per Washington. Sui recenti attriti con la Bolivia di Morales (che deve fronteggiare un’opposizione interna finanziata e spalleggiata dagli USA, la quale, dopo che il recente referendum revocatorio ha dato un esito favorevolissimo al presidente, e’ passata direttamente a tecniche terroristiche) e con i paesi che l’appoggiano ha scritto un bell’articolo Gennaro Carotenuto.
Di mio aggiungo solo una curiosita’ pescata per caso dall’inesauribile Google News:

In realta’ il titolo di Repubblica recita: Tensione tra America e Venezuela – Chavez caccia l’ambasciatore Usa.
Difficile poter credere che si tratti di un errore automatico del sistema che pesca le notizie dalla rete…
Ne approfitto per segnalare un altro articolo di Gennaro su Latinoamerica che ha sempre a che fare con le tensioni tra America Latina e USA, su una questione apparentemente marginale (ma che marginale non e’ affatto per gli USA): Argentina e Brasile si sono accordati per smettere di usare il dollaro come moneta per i loro scambi bilaterali. Un brutto colpo per il predominio del dollaro sui mercati mondiali.
Aggiornamento, 14 settembre:
Gennaro ha pubblicato un nuovo articolo, questa volta sulla strage di Pando. Il paragone con Portella della Ginestra ci sta tutto. Uno stralcio:
Sembra di raccontare Portella della Ginestra. Paramilitari e sicari, un vero squadrone della morte, hanno aperto il fuoco con le loro armi automatiche su di una manifestazione pacifica di contadini disarmati. Oramai non sono più né otto né quindici, ma si parla di almeno trenta morti ammazzati. E il mandante è il prefetto, il governatore Leopoldo Fernández, sinistro e non pentito collaboratore di due dittatori, torturatore e violatore di diritti umani. Il massacro, pensato a sangue freddo è funzionale al disegno. Vuole provocare la reazione dello Stato e del popolo per far passare da vittime i carnefici, con la complicità dei media, e vuole instaurare il terrore nella regione. Potrebbe essere il punto di non ritorno.
Venitemi a prendere adesso, provoca il mandante della strage, sapendo che lo stato di diritto è un simulacro in un dipartimento dove, dopo la strage, la proclamazione dello stato d’assedio si è rivelata inapplicabile. Come a Portella della Ginestra, mafiosi, latifondisti e l’impero alle loro spalle stanno già costruendo l’impunità.
(…) Sono loro, l’opposizione, ad aver bisogno della violenza, ad aver bisogno di incendiare il paese in un mare d’odio. Sono loro ad avere la forza ma non la ragione.
Informazione all’italiana
Leggete Repubblica? Allora leggete questo.
E’ la storia incredibile di come sul Venerdi’ di Repubblica siano comparsi una serie di articoli, presunte interviste a figure di spicco, spesso inavvicinabili (tra gli altri Hugo Chavez, due leader delle Farc e il presidente colombiano Alvaro Uribe), tutte a nome dello stesso personaggio, un certo Jordi Valle.
Per apprezzare fino in fondo la cosa, consiglio di leggere anche i commenti al post. Ciliegina sulla torta, fatevi una ricerca per “Jordi Valle” su Google News: ci troverete solo tre paginette in spagnolo – delle quali una e’ nientepopodimeno che la smentita ufficiale sul sito del governo colombiano circa la presunta intervista ad Uribe («Las falsas afirmaciones atribuidas al Presidente de Colombia -la semana pasada sobre el debate político en Estados Unidos y hoy sobre la ‘Operación Jaque’- contradicen el correcto ejercicio del periodismo y causan un grave daño a Colombia»).
Da parte di Repubblica, nulla.
Aggiornamento 2 agosto:
Repubblica smentisce, ma senza smentire nulla: uno di quei casi in cui la pezza e’ peggiore del buco. I dettagli da Gennaro Carotenuto.
Il Sudamerica non esiste
O almeno, cosi’ sembrano pensarla in Italia.
Mi tocca riprendere un titolo gia’ utilizzato per il Tibet – ma stavolta con molta piu’ ragione d’essere – per questo caso di incredibile censura che Puk segnala sul suo blog: tutti i grandi media nazionali (tranne Radio Vaticana…), quantomeno nelle loro edizioni online, hanno ignorato completamente una notizia di una settimana fa, che non e’ proprio l’ultimo pettegolezzo del momento. Provare per credere: andate su Google News e digitate “Unasur”. Che diavolo e’ Unasur? Appunto…
Un altro pianeta
In Messico non se la passano molto bene, di recente: dopo gli incendi che hanno sconfinato verso Tijuana, l’uragano Noel si e’ abbattuto sulla regione di Tabasco e sul Chiapas, facendo vittime, allagando un’area vastissima, provocando danni ingenti, costringendo un milione di persone a scappare o ad attendere i soccorsi sui tetti delle abitazioni semisommerse dall’acqua.
Le dimensioni del disastro e il numero di sfollati sono paragonabili a quelle degli incendi in California, Villahermosa e’ nella situazione in cui era New Orleans dopo Katrina, c’e’ il timore di epidemie e paradossalmente a molti manca l’acqua potabile, oltre a cibo ed elettricita’.
Ma e’ come se succedesse su un altro pianeta: su Google News Italia si trova qualcosa, ma poca roba, e solo a cercarla; non c’e’ nulla in home page, ma nemmeno nella pagina “Dal Mondo” se ne parla. I messicani, qua da noi, non se li fila proprio nessuno.
Confini
La California brucia da giorni, e questo ormai lo sanno tutti. Los Angeles, San Diego, Malibu con le ville delle star di Hollywood in pericolo, cinque o sei vittime accertate fino ad ora, quasi un milione di persone sfollate, il governatore Schwarzy che chiede e ottiene la “Major Disaster Declaration” da parte di Bush, Bush che dice che andra’ personalmente a far visita alle zone colpite, qualche polemica, c’e’ chi ventila la possibilita’ di un nuovo post-Katrina (scherziamo? li’ ci sono i ricconi di Hollywood, mica i neri di New Orleans: si muoveranno molto piu’ in fretta, con gli aiuti), etc. etc. etc.
Dicevo, questo ormai lo sanno tutti. Cosi’ come piu’ o meno tutti avranno sentito o letto che gli incendi si estendono “fino al confine con il Messico”, come recitano la stragrande maggioranza delle pagine da me trovate in rete. Verrebbe da pensare che il Messico sia stato risparmiato da questo disastro.
Ma un paio di immagini catturate ieri da Nasa tv mi hanno fatto sospettare il contrario. Confrontando le foto dalla ISS con le mappe della zona di confine tra California e Messico, sembra esserci almeno un grosso focolaio concentrato nella zona di Tijuana.
Cerco un po’ in rete e trovo queste foto. Titolo dell’immagine: Tijuana burning. Data, 23 ottobre 2007. Credo ci siano poche possibilita’ di errore, gli incendi si sono estesi anche in Messico. Ma per quanto? Qual’e’ l’area colpita? Quanti sono gli sfollati e le eventuali vittime? A quanto ammontano i danni? Non si sa, non ne parla nessuno.
Dallo spazio la Terra sembra senza confini, ma quaggiu’ i confini li abbiamo eccome, soprattutto dentro la testa. Chissenefrega dei messicani, di quelli che vivono di la’, che lavorano nelle maquiladoras di Tijuana e delle altre citta’ colonizzate dal libero mercato, degli operai e delle operaie che per quattro soldi, in condizioni indegne, spesso rimettendoci la salute, fabbricano i gingilli preziosi che tanto piacciono all’occidente. Chissenefrega. Noi vogliamo sapere cosa succede alla villa di Mel Gibson.
Aggiornamento 28/10:
Mentre gli incendi in California faticano ancora ad essere domati, quattro cadaveri carbonizzati, tre uomini e una donna, vengono rinvenuti in un punto del confine tra California e Messico che viene spesso usato come passaggio per i clandestini che tentano di entrare negli USA. Un’altra decina di immigrati illegali sono ricoverati per ustioni in un ospedale di San Diego. Ci sono quindi ragionevoli motivi per credere che le vittime siano molte di piu’, tra i clandestini; probabilmente piu’ del numero totale di vittime che gli incendi hanno fatto sul lato californiano della frontiera, ma non c’e’ modo di saperlo: la zona e’ poco controllata e durante l’emergenza incendi chissa’ in quanti avranno tentato di sfruttare l’occasione dell’allentata sorveglianza per provare a passare. Si puo’ solo immaginare a quali punti di disperazione debba arrivare un essere umano per gettarsi tra le braccia di un incendio nel tentativo di migliorare la propria vita. Quel che e’ certo e’ che ai cittadini statunitensi il destino dei migranti messicani bruciati lungo la frontiera non fara’ perdere notti di sonno: di norma sono loro stessi a cacciarli.
Una modesta proposta
Ugo Chavez, presidente del Venezuela, sta per presentare al Parlamento una proposta di riforma di 33 dei 350 articoli della Costituzione del paese. Le proposte stanno in un’ottica di continuita’ con quell’idea di potere popolare e di democrazia partecipativa che Chavez persegue da tempo, tentando di concretizzarla ancora di piu’ e di renderla piu’ forte.
Tra i punti toccati:
- il diritto alla proprieta’ privata, che viene garantita e anzi affiancata da altre forme di proprieta’, come quella cooperativa e quella comunale;
- il limite di sei ore giornaliere per il lavoro salariato;
- la creazione di nuove provincie e di nuove citta’ ecologiche, e di un Distretto federale che si occupi dell’urbanistica di Caracas, nella quale il 60% della popolazione vive ancora in favelas, frutto del liberismo economico dell’epoca pre-Chavez;
- il divieto della brevettabilita’ della vita e la difesa della biodiversita’, per la prima volta in assoluto inserite in una Costituzione, assieme al vincolo dell’approvazione dell’uso delle risorse da parte delle comunita’ locali (che quindi le sottrae alle dinamiche predatorie delle multinazionali);
- un aumento del potere di espropriazione dello Stato, cosi’ come del potere di gestione delle riserve monetarie;
- la rieleggibilita’ per la carica presidenziale oltre il secondo mandato, dibattito gia’ avviato in altri paesi e da altri presidenti, come Lula in Brasile e Vázquez in Uruguay; e il prolungamento della carica da sei anni a sette.
Ora, di tutto questo cio’ che e’ passato nei media e’ una cosa sola: “Chavez sta tramando per diventare presidente a vita, come Castro!”. Come ricorda Gennaro Carotenuto:
Il tam-tam mediatico organizzato dalla NED statunitense per i media mainstream, punta tutto su un solo punto “Chávez presidente a vita”. Non solo è falso, ma è un nuovo passo della campagna di diffamazione portata avanti dal governo degli Stati Uniti -che nel 2002 fomentò un fallito colpo di stato in Venezuela- ma serve per occultare l’importanza della riforma costituzionale proposta nella Repubblica bolivariana.
A questa campagna mediatica orchestrata ormai da tempo contro Chavez prestano il fianco anche quotidiani come Liberazione. E, duole dirlo a chi come me l’ha sempre sostenuta, pure radiopopolare e’ scivolata sull’argomento: nel gr delle 19.30 si e’ sentito questo:
Un presidente piu’ forte e senza scadenza: il venezuelano Ugo Chavez ha presentato al parlamento di Caracas una serie di riforme costituzionali; la piu’ significativa e’ quella mirata a eliminare qualsiasi limite per la rielezione del presidente.
Non solo: un collaboratore di radiopop, Alfredo Somoza, dice testualmente:
Ovviamente se lui portera’ fino in fondo questa richiesta, attualmente conta su una maggioranza in parlamento assoluta, perche’ l’opposizione non si era presentata alle ultime elezioni, quindi il gioco e’ facile.
In realta’ la proposta di riforma dovra’ passare attraverso tre letture in Parlamento e infine essere sottoposta all’approvazione popolare tramite referendum, sempre in quell’ottica di democrazia partecipativa di cui si diceva prima.
E ancora, Somoza dice che questa riforma, per la parte che riguarda la rieleggibilita’,
“in qualche modo e’ garantirsi che le sue riforme andranno avanti, da un’altra parte pero’ effettivamente per la democrazia venezuelana e’ un grosso guaio.”
Ma in Venezuela e’ gia’ funzionante lo strumento del referendum revocativo, che permette la revoca di qualsiasi carica elettiva (compresa quella di presidente) a meta’ mandato. Uno strumento che permette ai cittadini di togliere la fiducia a chi, eletto da loro, non si dimostra all’altezza del compito. Uno strumento che noi (e il resto dell’occidente “civilizzato”, USA compresi) semplicemente ci sognamo.
Chavez non sara’ “piu’ forte”, potra’ semplicemente ricandidarsi ed eventualmente essere rieletto, se i cittadini lo vorranno. Non solo: come ricorda Carotenuto, Chavez, grazie agli strumenti di democrazia partecipativa introdotti gia’ dal 2000 nella costituzione venezuelana, e’ e continuera’ ad essere il presidente con meno poteri di tutto il continente americano.
Aleph

Nella parte inferiore della scala, sulla destra, vidi una piccola sfera cangiante, di quasi intollerabile fulgore. Dapprima credetti ruotasse; poi compresi che quel movimento era un’illusione prodotta dai vertiginosi spettacoli che essa racchiudeva. Il diametro dell’Aleph sarà stato di due o tre centimetri, ma lo spazio cosmico vi era contenuto, senza che la vastità ne soffrisse. Ogni cosa (il cristallo dello specchio, ad esempio) era infinite cose, perché io la vedevo distintamente da tutti i punti dell’universo. Vidi il popoloso mare, vidi l’alba e la sera, vidi le moltitudini d’America, vidi un’argentea ragnatela al centro d’una nera piramide, vidi un labirinto spezzato (era Londra), vidi infiniti occhi vicini che si fissavano in me come in uno specchio, vidi tutti gli specchi del pianeta e nessuno mi rifletté, vidi in un cortile interno di via Soler le stesse mattonelle che trent’anni prima avevo viste nell’andito di una casa di via Fray Bentos, vidi grappoli, neve, tabacco, vene di metallo, vapor d’acqua, vidi convessi deserti equatoriali e ciascuno dei loro granelli di sabbia, vidi ad Inverness una donna che non dimenticherò, vidi la violenta chioma, l’altero corpo, vidi un tumore nel petto, vidi un cerchio di terra secca in un sentiero, dove prima era un albero, vidi in una casa di Adrogue un esemplare della prima versione inglese di Plinio, quella di Philemon Holland, vidi contemporaneamente ogni lettera di ogni pagina (bambino, solevo meravigliarmi del fatto che le lettere di un volume chiuso non si mescolassero e perdessero durante la notte), vidi insieme il giorno e la notte dì quel giorno, vidi un tramonto a Queretaro che sembrava riflettere il colore dì una rosa nel Bengala, vidi la mia stanza da letto vuota, vidi in un gabinetto di Alkmaar un globo terracqueo posto tra due specchi che lo moltiplicano senza fine, vidi cavalli dalla criniera al vento, su una spiaggia del mar Caspio all’alba, vidi la delicata ossatura d’una mano, vidi i sopravvissuti a una battaglia in atto di mandare cartoline, vidi in una vetrina di Mirzapur un mazzo di carte spagnolo, vidi le ombre oblique di alcune felci sul pavimento di una serra, vidi tigri, stantuffi, bisonti, mareggiate ed eserciti, vidi tutte le formiche che esistono sulla terra, vidi un astrolabio persiano, vidi in un cassetto della scrivania (e la calligrafia mi fece tremare) lettere impudiche, incredibili, precise, che Beatriz aveva dirette a Carlos Argentino, vidi un’adorata tomba alla Chacarita, vidi il resto atroce di quanto deliziosamente era stata Beatriz Viterbo, vidi la circolazione del mio oscuro sangue, vidi il meccanismo dell’amore e la modificazione della morte, vidi l’Aleph, da tutti i punti, vidi nell’Aleph la terra e nella terra di nuovo l’Aleph e nell’Aleph la terra, vidi il mio volto e le mie viscere, vidi il tuo volto, e provai vertigine e piansi, perché i miei occhi avevano visto l’oggetto segreto e supposto, il cui nome usurpano gli uomini, ma che nessun uomo ha contemplato: l’inconcepibile universo.
Sentii infinita venerazione, infinita pena.
[Tratto da "L'Aleph" di Jorge Luis Borges]
Pachamama
Che un capo di stato parli della madre terra come di uno dei temi di fondo della sua politica e’ piu’ che strano, e’ un miracolo. E i miracoli a volte accadono.
Un’intervista di Gennaro Carotenuto a Evo Morales, presidente della Bolivia, aymara, una persona da cui i nostri politici di professione avrebbero qualcosa da imparare:
Per marcare la differenza, come primo atto del suo governo, Evo dimezzò il suo stipendio, portandolo a 1.500 € al mese. Altrettanto fece con ministri e parlamentari. Qualcuno lo considererà demagogico, ma il ragionamento è opposto a quello occidentale: solo chi accetta di entrare in politica rinunciando ad un’ascensione di carriera, lo farà per spirito di servizio.






